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Commenti e Inchieste

Riforme oggi contro l'odio di domani

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Questo articolo è stato pubblicato il 26 settembre 2010 alle ore 14:30.
L'ultima modifica è del 26 settembre 2010 alle ore 16:03.

Uno dopo l'altro il pacchetto di mischia economico della Casa Bianca di Barack Obama perde i fuoriclasse. A luglio il direttore del bilancio Peter Orszag, poi Christina Romer, presidente del Council of economic advisers, e ora Larry Summers, direttore del National economic council. Moderati, star accademiche dell'economia, chi da Harvard chi da Berkeley, i maghi di Obama sono frustrati dall'intrattabile crisi del XXI secolo.

Nessun manuale di economia, neppure il leggendario Samuelson (zio di Summers) annotato in tutte le aule del mondo, fornisce chiavi per innestare una ripresa che stenta, e quando c'è non crea comunque lavoro, una "jobless recovery" con la disoccupazione inchiodata a 9,6 per cento.

È crudele il dilemma di Obama, a poche settimane dalle cruciali elezioni di midterm a novembre. Che la globalizzazione sia stata benefica è ormai assodato, ha creato i giganti di Bric, Brasile, Russia, India e Cina, con la tecnologia ha cambiato la nostra vita quotidiana, ha strappato tanti esseri umani alla fame. Ma i posti di lavoro industriale scomparsi non sono più sostituiti da quelli nei servizi e nella new economy, come ai tempi di Clinton e del segretario Rubin, e l'ex ministro Reich è persuaso, in un suo nuovo libro, che possano essere spariti per sempre.

Chi perde il lavoro, le piccole imprese che sono la spina dorsale del movimento di protesta dei Tea Party, non perdona al presidente l'incertezza: l'Economist calcola che tre industriali Usa su quattro sono certi che Obama ce l'abbia con il business. Quali saranno gli effetti della riforma sanitaria sulle fabbriche con 50 addetti? Saranno o no rinnovati gli sgravi fiscali per il ceto medio? E quando si sentiranno gli effetti sull'occupazione del gigantesco programma di stimolo? Olivier Blanchard del Fondo monetario suggerisce di agire anche sull'inflazione, ma, annota il capo economista Usa del Financial Times Robin Harding, il presidente della Federal Reserve Ben Bernanke non ci pensa neanche.

Il dilemma crudele di Obama è il dilemma dell'Occidente, dell'Europa e presto dell'Italia, aggravato dalla turbo velocità con cui ogni fenomeno accelera in America. Se i governi non riescono ad aggiungere qualche pagina al manuale di Samuelson creando occasioni di lavoro, dilagherà un'ondata di populismo, rancore, amarezza culturale che logorerà le nuove generazioni. Ascoltate il vicesegretario dell'Ocse Piercarlo Padoan, interrogato da Stefano Lepri de La Stampa: «Non riesco a quantificare quanto tempo ci vorrà per riassorbire la disoccupazione in Italia e questo mi preoccupa». Il Centro studi Confindustria di Luca Paolazzi calcola ora il 9,1%, tra i giovani, al Sud, tra le ragazze serve moltiplicare per tre, e nessuno più include chi ha perso coraggio di cercare un lavoro o faremmo ben altre stime. La sincerità di Padoan spaventa: quanto ci vorrà per il lavoro? Rischiamo una generazione fantasma, che non conoscerà se non lavoretti e delusioni? E come reagirà in politica, in famiglia, nelle città?

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Il rigore e l'austerità europei sono ormai mantra diffuso, e non è saggio discutere i mantra. Chi però seguirà il viaggio nel nuovo populismo dell'Unione Europea che Il Sole 24 ore comincia oggi, e ne ricostruirà le idee con il nostro Domenicale, capirà perché definiamo crudele il dilemma di Obama e dei leader Ue.

Bloccati dalla necessità di non aggravare i conti, stressati dalla crescita lenta, i governi sono inerti. Ma le imprese senza prospettiva, i lavoratori senza salario, in Italia chi conta i giorni della cassa integrazione, perdono speranza. È Giacomo Vaciago a ipotizzare in quanti anni, al ritmo anemico di crescita di oggi, l'Italia tornerà al Pil perduto con la crisi e la grande mazzata alle imprese e alla produzione. Il suo grafico spaventa. Cinque anni? Sei? O di più?
Almeno su questi numeri, questi dati e questi timori, a guardare con serenità, si registra consenso. I numeri del Centro studi Confindustria, quelli dell'Istat, sono registrati con preoccupazione anche da giornali d'opposizione come Il Fatto di Antonio Padellaro: 881mila posti di lavoro perduti in due anni, 27,9% di disoccupati giovani, 1,2 di crescita conviene Stefano Feltri.

È il contesto dell'appello di Emma Marcegaglia, ieri a Genova. Dopo le aperture al dialogo di Alberto Bombassei, che i giornali di solito definiscono "un duro", la presidente degli industriali alza i toni perché sente che il tempo stringe. Riforme, raziocinio, un patto tra produttori, relazioni industriali per la nostra fase terribile e globale non per i Tempi Moderni di Chaplin, è sfida anche per la Cgil della segretaria in pectore Camusso.

Neppure i geni dell'economia di Obama, neppure il pomposo Summers, sono riusciti a aggiungere le pagine mancanti al manuale di economia 2011: come non affogare nel debito, creare lavoro, non soffocare la ripresa ma darle finalmente frutti di occupazione. Certo innovazione, certo start up, certo scuola, università, ricerca e laboratorio. Certo riqualificazione per chi non ha i saperi della nuova economia. Ma nulla di queste prime riforme può scattare, in America come in Italia, se il clima resta di odio, rancore, meschine rivalse. Senza consenso il dilemma non ha soluzioni.

Emma Marcegaglia ha parlato di "pazienza" che scorre via in tutti noi, come sabbia da una clessidra. Belgio, Svezia, Germania, Danimarca, Francia, già lungo è l'elenco dei paesi in cui la crisi intrattabile e politiche inani hanno scatenato odio contro gli emigrati, secessioni, estremismo. È questa la pozione che vogliamo bere in Italia? Berlusconi, Fini, Bossi, Casini, Bersani, Di Pietro, perfino i dissidenti come Grillo e il suo rapper Fabri Fibra saranno tutti chiamati a dare la loro ipotesi di soluzione al dilemma di creare lavoro, ricchezza e produzione nel 2011. Dopo sarà tardi e nessuno, nemmeno l'ex operaio in una fabbrica di posacenere Fabrizio Tarducci, amato dai ragazzi appunto come Fabri Fibra, potrà più cantare «Dammi i soldi e ti porto la soluzione...».

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