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Marcegaglia: il paese è paralizzato, governo senza iniziativa, servono riforme

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Questo articolo è stato pubblicato il 31 ottobre 2010 alle ore 14:17.

CAPRI - Le elezioni non sono la soluzione: «Sarebbero sei mesi di campagna elettorale drammatica, mentre proprio ad aprile c'è il piano di competitività e di crescita da approvare in Europa». Ma così non si può andare avanti: «C'è uno smarrimento forte nel paese, mancanza di fiducia. È necessario ritrovare il senso delle istituzioni e della dignità. Il Parlamento non funziona più, manca ancora il presidente della Consob. Siamo alla paralisi».


Emma Marcegaglia lancia un duro affondo verso la politica, richiamandola alla «vera malattia» dell'Italia, «la bassa crescita», e a realizzare quell'agenda di riforme «ormai condivise». «Sono mesi, dopo ogni gossip e ogni dossier, che facciamo richiami alla serietà». E ieri la presidente di Confindustria, dal convegno dei Giovani imprenditori di Capri, è stata esplicita, in un discorso scandito dagli applausi. Con la premessa che le imprese vogliono continuare ad essere una «voce forte, un pungolo che rappresenta l'Italia seria».

Fa un passo indietro, la Marcegaglia, ad un mese fa, al convegno di Genova: «Avevo detto che la nostra pazienza stava per finire, al convegno di Prato invece avevo sottolineato i passi avanti, la nomina del ministro dello Sviluppo, il varo della legge di stabilità». Adesso, invece «ci risiamo. Una nuova ondata di fango lambisce la credibilità delle istituzioni. Lo scontro dentro la maggioranza si è riaperto con una violenza molto forte». Una situazione che penalizza le imprese: «L'assenza del rispetto dello stato e delle istituzioni danneggia il paese nella sua immagine internazionale».

«Il paese va governato», esorta la Marcegaglia, mettendo le mani avanti sulle possibili interpretazioni del suo discorso, che ha immediatamente suscitato reazioni dentro maggioranza e opposizione: «Non spetta a Confindustria indicare alla politica cosa fare». Spiega, riferendosi implicitamente a ipotesi di un governo tecnico, di non essere interessata ad «alchimie partitiche che discutano per mesi di legge elettorale. Il problema esiste, ma guai a ritornare ad un proporzionale che ci riporta ai mille partitini che trovano l'accordo facendo salire la spesa pubblica». E non esita a definire «squallido» l'atteggiamento di molti deputati «che pensano al loro futuro, andando qua e là, e non all'oggi del paese».

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In questo scenario, Confindustria «non molla» nel chiedere le riforme, come aveva fatto venerdì la presidente dei Giovani, Federica Guidi. «Quando il dibattito politico viene travolto da toni che non hanno a che fare con le cose serie, ci arrabbiamo e ci indignamo. Ma più la politica si allontana dalla soglia minimale del decoro, più noi dobbiamo misurare le parole e concentrarci sulle riforme da fare». Anche perché «il momento è difficilissimo, bisogna aumentare competitività e produttività».

E allora bene la riforma dell'università che «va rifinanziata con 900 milioni». Va fatta la riforma fiscale, insieme alla lotta all'evasione e al sommerso, per abbassare le tasse su imprese e lavoratori e trovare risorse per investimenti. Se ne parlerà al tavolo tra le parti sociali, voluto dalla Marcegaglia. Ieri, sul sito di Confindustria, sono stati pubblicati i testi dell'accordo della scorsa settimana su ricerca e innovazione, Sud, Pa e ammortizzatori sociali. Tutti d'accordo nell'inserire nel decreto milleproroghe 1 miliardo di euro per il credito d'imposta alla ricerca, concentrare i fondi Fas su poche opere strategiche. Il Sud può essere un volano: «Aver impegnato solo i 6% dei fondi Ue è una vergogna nazionale».

Nei prossimi appuntamenti si parlerà di fisco, produttività, costi della politica. «La produttività dipende dalle regole del mercato del lavoro. Vogliamo pagare i lavoratori di più, ma non ci possiamo più permettere assenteismo, ore lavorate troppo basse. Non bisogna confondere la tutela dei diritti con i falsi invalidi e i falsi malati». Confindustria non solo è al fianco della Fiat, «non penso che voglia lasciare l'Italia», ma è accanto «a qualsiasi imprenditore che voglia lavorare come negli altri paesi». I punti di riferimento sono la Germania, che cresce al 3,4, e l'Inghilterra, al 2,8. «Dobbiamo anche noi tagliare la spesa pubblica, che è oltre il 50% del pil».

E poi c'è il credito: la moratoria decisa con Abi e governo a fine anno scadrà. «Non possiamo chiedere troppo alle banche, alle prese con Basilea 3. Ma bisogna rimettere in piedi l'accordo e una strategia di supporto per le aziende, non quelle decotte ma quelle che possono stare ancora sul mercato».

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