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Questo articolo è stato pubblicato il 06 novembre 2010 alle ore 17:29.

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Il grande Gino Bartali in bicicletta a Firenze (Fotogramma)Il grande Gino Bartali in bicicletta a Firenze (Fotogramma)

«Lo sai che l'altro giorno un ragazzino di 17 anni ha scritto una lettera a mia madre, confessandole di essere bartaliano, e non coppiano, e spiegando dettagliatamente, punto per punto, il perché di questa scelta di campo? Ma ti rendi conto? Un ragazzo di 17 anni!». Gli occhi piccoli, il naso grande al centro di un volto ingentilito dalle rughe, l'inconfondibile accento toscano, il modo in cui si rannicchia per avvicinarsi al microfono, che sembra quasi suo papà in sella all'amata bicicletta.

Davvero, se per qualche minuto hai la fortuna di trovarti fianco a fianco con Andrea Bartali, hai l'impressione di rivedere lì vicino a te il leggendario Gino, eroe a pedali dell'Italia dei pedali, quella della fatica e del sacrificio. Ambasciatore d'Italia con sella e manubrio, Ginettaccio (scomparso nel 2000 all'età di 86 anni), e che ancora oggi è pronto a rappresentare il meglio che questo paese può rappresentare: il suo cuore, la sua solidarietà, la sua capacità di far fronte al destino avverso.

Campione ed eroe – 126 corse vinte in carriera, tre Giri, due Tour, 4 Milano-Sanremo, 3 Giri di Lombardia, 2 Giri della Svizzera, la rivalità, e il rispetto, che sempre lo ha legato e lo unirà a Fausto Coppi. Ma davvero oggi Gino Bartali cederebbe tutte le sue maglie rosa e gialle in cambio di un albero. Quale? Quello che presto potrebbe rappresentarlo nel Giardino dei Giusti fra le Nazioni, nel Museo di Yad Vashem, il luogo della memoria della Shoah a Gerusalemme. Il titolo di "Giusto fra le Nazioni" è conferito da Israele ai non ebrei che rischiarono la vita per salvare anche un solo ebreo dal genocidio nazifascista. Chi merita tale riconoscimento viene insignito di una medaglia, e un albero in suo onore viene piantato nel Giardino dei Giusti. E Bartali ora è davvero vicino a quella medaglia, a quell'albero piantato in suo nome

La storia - «Spesso , quando mi portava a passeggio sull'appennino tosco – emiliano, mi raccontava dei pericoli che aveva corso, di quando lo fermava la polizia fascista, o di quando doveva smettere di pedalare a causa dei bombardamenti, rifugiandosi nel primo anfratto utile...»: la memoria di Andrea Bartali è il filo rosso da seguire in questa storia di fatica, sudore, solidarietà e pudore. «Sì perché prima mi diceva, mi accennava, ma poi subito mi redarguiva: guai se parli con qualcuno di queste cose, nessuno deve sapere, mi raccomando!». Cosa non bisognava far sapere? Che Gino Bartali, tra il 1943 – 44 era stato protagonista di almeno una quarantina di "missioni" clandestine tra Assisi e Firenze, come "staffetta" di una rete di solidarietà per salvare le vite di ebrei italiani a rischio deportazione, ma anche perseguitati politici. I polmoni ben rodati, la pedalata potente e nascosti nel telaio o nel manubrio, documenti, informazioni, denaro, per aiutare, salvare, lenire il dolore altrui. E prima stesse missioni sulla rotta Firenze-Lucca-Genova-Firenze, e oltre ai documenti a Genova. «Papà prendeva anche dei soldi, che un avvocato ebreo andava a prendere in una banca di Ginevra, dove venivano depositati i contributi della comunità ebraica americana, per farli poi arrivare ad alcune famiglie nascoste in clandestinità a Firenze», ricorda commosso Andrea.

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