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Vitalizio e seggio a rischio: ecco il partito anti-urne

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Questo articolo è stato pubblicato il 05 dicembre 2010 alle ore 16:25.

Silvio Berlusconi tuona: «Fiducia o voto». Ma quanti parlamentari, anche all'interno del suo partito, sarebbero pronti a imboccare con nonchalance la via delle elezioni anticipate potendo invece scegliere di proseguire la legislatura pur se con un altro governo, tecnico, di transizione o di responsabilità nazionale che dir si voglia?
In gioco non ci sono solo (o tanto) ragioni ideali ma motivazioni più prosaiche. Che vanno dall'assegno vitalizio al rischio (più o meno alto) di non essere rieletti o addirittura di non essere neppure ricandidati.

Pensioni a rischio
È lunga 345 nomi la lista degli attuali parlamentari che abbandonerebbero lo scranno con una sola certezza: non incassare la lauta pensione da deputato o senatore. Nell'elenco ci sono anche l'imprenditore romano Giuseppe Ciarrapico (Pdl), il presidente dell'Adusbef, Elio Lannutti, in quota Idv, il numero uno di Legambiente, Roberto Della Seta, l'ex governatrice di Nassiriya Barbara Contini di Fli. I senatori su cui pende questa "spada di Damocle" sono 105, mentre 240 sono i deputati. Si tratta degli "esordienti": in caso di scioglimento anticipato delle camere non farebbero in tempo a maturare il requisito richiesto, a partire da questa legislatura, per ottenere l'ambito assegno vitalizio. Vale a dire, avere svolto il mandato parlamentare per almeno 5 anni, anche se collezionati in diverse fasi. In questo modo, a perdere il "bonus", in caso di chiamata anticipata alle urne, saranno anche i parlamentari della precedente legislatura, rieletti in quella attuale. Sempre ovviamente che non arrivino al requisito minimo richiesto dalle nuove regole dei 5 anni di mandato effettivo. L'assegno a cui si rinuncerebbe è piuttosto pesante. E varia, sia per senatori che deputati, da un minimo del 20% a un massimo del 60% dell'indennità parlamentare percepita, a seconda degli anni di mandato parlamentare svolto. Nel caso di un senatore, il cui stipendio, al netto di tutte le ritenute, è pari a 5.613,59 euro, l'assegno vitalizio oscilla dai 1.122,6 euro a 3.367,8 euro. Alla Camera invece l'assegno varia da 1.097,2 a 3.291,6 euro, visto che la busta paga "netta" è di 5.486,58 euro.

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Tags Correlati: Adusbef | Elezioni | FI | Gianfranco Miccichè | Giuseppe Ciarrapico | Lega | Legambiente | Luca Barbareschi | Michela Vittoria Brambilla | Movimento per l'Autonomia | Palazzo Madama | PDL | Renato Brunetta | Roberto Della Seta | Umberto Scapagnini

 


La domanda che circola insistente in Transatlantico è: quanti peones del Pdl potrebbero essere tentati dopo l'eventuale sfiducia di cambiare casacca assicurando il loro sì a un altro governo pur di assicurarsi il vitalizio? A palazzo Madama sotto osservazione sono in quaranta, dodici invece i leghisti. Tra questi ultimi Mario Pittoni, primo firmatario di una proposta di legge che punta a regionalizzare la chiamata in cattedra degli insegnanti. Una chiusura anticipata della legislatura potrebbe far finire su un binario morto il suo progetto di federalismo scolastico.
Alla Camera invece i pidiellini neoeletti in carica (e dunque potenziali "traditori") sono 113. Tra chi non incasserebbe la pensione anche i ministri della Funzione pubblica e del Turismo, Renato Brunetta e Michela Vittoria Brambilla. E poi il giurista del lavoro Giuliano Cazzola, il medico personale del premier Umberto Scapagnini, lo stilista calabrese Santo Versace. I peones leghisti sono invece 44 e i futuristi 9. Tra questi ultimi l'attore Luca Barbareschi e il vice presidente della commissione parlamentare d'inchiesta sulla mafia, Fabio Granata.


Seggi incerti
Ma forse c'è un fantasma che agita il sonno dei parlamentari più del tesoretto pensionistico. È il rischio, per molti assai concreto, di non essere rieletti (a patto di essere, ancor prima, candidati).
I sondaggi dicono che in caso di voto anticipato a marzo al Nord sarebbe assai probabile un consistente travaso di voti dal Pdl alla Lega con conseguente perdita di seggi per il partito di Berlusconi. Facciamo il caso del Veneto: nel 2008 il Pdl prese 8 seggi e la Lega 7. Se si tornasse al voto con ogni probabilità il Carroccio accrescerebbe il suo bottino a 9 seggi lasciandone 6 al Pdl. In qualche caso, soprattutto alla Camera, il cedimento di parlamentari dal Pdl al Carroccio verrebbe compensato dal numero inferiore di onorevoli Pdl determinato dalla scissione dei finiani. In quest'ottica, se Pdl e Lega otterranno nuovamente il premio di maggioranza, i deputati Pdl potrebbero essere tutti riconfermati con una variante rispetto al 2008: per molti onorevoli del Nord si presenterà l'eventualità di essere catapultati in altre circoscrizioni.


Tremano i senatori
Più complicato – e preoccupante – il quadro al Senato. Qui il premio di maggioranza regionale rende incerto il futuro dei senatori eletti nelle regioni in cui il terzo polo potrebbe determinare la sconfitta del Pdl: a rischiare sono soprattutto piemontesi, laziali, pugliesi e forse anche campani. Se in queste regioni non scattasse il premio di maggioranza per il centrodestra, la perdita di seggi sarebbe cospicua. A tremare, si dice, sono soprattutto gli ex An rimasti nel Pdl che non possono più contare sulle quote 70-30 stabilite nel 2008 con gli ex Forza Italia. Chi garantisce loro anche solo la ricandidatura da parte di Silvio Berlusconi?
E i maldipancia travalicano il Nord. Nella meridionalissima Sicilia, infatti, Gianfranco Miccichè e i maggiorenti del Pdl Schifani e Alfano già affilano le armi in vista delle ancora eventuali liste elettorali. Il primo ha annunciato la presentazione autonoma del suo partito, Forza del Sud, in coalizione con il Pdl. Ma questo accorcerà l'elenco dei candidati pidiellini (anche se nel 2008 il Pdl aveva comunque un alleato: l'Mpa). Insomma: quanti dei parlamentari siciliani vicini al presidente del Senato e al ministro della Giustizia si assoggetteranno alla lotteria elettorale correndo il rischio (in alcuni casi doppio) di perdere seggio e vitalizio? La risposta arriverà il 15 dicembre.

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