Il Sole 24 Ore
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17 dicembre 2010

Archivio/ Martini racconta il ciclismo di ieri e di oggi: Girardengo è stato il più grande

di Massimo Donaddio


SESTO FIORENTINO – Incontrare Alfredo Martini, lo storico ct del ciclismo italiano, è come aprire uno scrigno dal quale estrarre a profusione tesori di ricordi e di saggezza che vanno oltre la semplice quanto entusiasmante storia della bici italiana, ma ti offrono uno sguardo su un vissuto intensissimo, fatto di persone, di avvenimenti, di valori alti, riletti sempre con modestia e simpatia, con il piglio arguto e sereno di chi ha avuto tanto dalla vita, ma l'ha sempre saputa gestire con sapienza e attenzione. A quasi 90 anni (li compirà il prossimo 18 febbraio) "Martinaccio" da Sesto Fiorentino passa ancora da una premiazione a un'intervista, da un commento in tv a un incontro con la Federazione di ciclismo, da un pranzo in compagnia di amici a una serata con il suo successore Paolo Bettini. Un'energia inesauribile, che sta lì a testimoniare la tempra del più longevo commissario tecnico dello sport italiano, 23 anni consecutivi al timone della nazionale di ciclismo, con 20 medaglie vinte (6 ori, 7 argenti e 7 bronzi).

L'amicizia con "Ballero"
Lo andiamo a trovare nella sua bella casa alle porte del capoluogo toscano, in quello studio dove tutto parla di ciclismo e dove ci colpiscono le tante foto di Franco Ballerini, l'uomo che per Martini è stato un discepolo e un amico, che ne ha raccolto il testimone come ct azzurro e morto tragicamente il 7 febbraio scorso in una gara di rally, sua seconda passione dopo la bicicletta. «Franco non l'ho amato solo io, ma il mondo, per la sua intelligenza e il suo entusiasmo», dice pensoso Martini, e da qui parte la nostra conversazione a 360 gradi sullo sport e sulla società italiana, ieri e di oggi, da quel "Ballero" che spessissimo passava nella casa di Sesto per chiedere consigli al vecchio maestro, soprattutto quando si trattava di andare a parlare ai ragazzi nelle scuole e di trasmettere i valori dello sport. I cambiamenti nella società degli ultimi anni sono stati molti, eppure Martini sostiene che il ciclismo ha ancora molte cose da dire: «È un sport spontaneo, che ti porta ad amare la tua terra, la tua patria, ma senza discriminazioni tra nord e sud».

Il "terzo uomo"
Il richiamo del ciclismo è troppo forte e si finisce per ricordare Fiorenzo Magni, il mitico "terzo uomo" tra Coppi e Bartali, che ha appena compiuto novant'anni. Martini precisa subito: con tre giri d'Italia vinti, tre giri delle Fiandre, campionati italiani e record vari Magni non è stato solo il "terzo uomo" tra Coppi e Bartali, ma molto di più. «Seppe spiazzare i grandi campioni con la sua perseveranza, il suo coraggio, la sua intelligenza. Conosceva bene se stesso e si sapeva gestire al meglio. In salita, dove aveva difficoltà, si allenava molto. Per questo potè battere persino Coppi». I due grandi vecchi del ciclismo italiano sono molto amici e si sentono praticamente tutti i giorni. Una conoscenza cominciata nel 1936 in una gara ciclistica (dove Martini battè Magni in volata) e condita da molti chilometri di allenamento fatti assieme.

Coppi e Bartali
Da Magni è un attimo parlare di Coppi e Bartali. Con Ginettaccio Martini si allenò anche, dato che erano conterranei: «Era un grande campione, vinse due Tour de France nel 1938 e nel 1948, ma fu costretto a fermarsi per anni a causa della guerra. Pensa a che cosa avrebbe potuto fare, se non ci fosse stata quella tremenda interruzione». Per Coppi Martini prova ancora oggi ammirazione e rispetto: «Quando si parla di Coppi bisogna parlare a voce bassa. Era un campione riservato, che si apriva con gli altri quando aveva confidenza. Erano entrambi uomini di alte qualità morali e in un certo senso di altri tempi. D'altronde se dopo 50 anni sono ancora nel cuore della gente un motivo ci sarà». Martini rivela che ogni tanto gli capita di sognarlo ancora, Fausto, rammaricandosi di aver vissuto poco con lui.

Un 2010 positivo per il ciclismo italiano
Ma il vecchio ct ha le idee chiare anche quando si parla del ciclismo di oggi, e vede positivamente il 2010 degli italiani, grazie alla vittoria di Ivan Basso al giro d'Italia, con la Vuelta vinta da Nibali e il titolo iridato femminile conquistato da Tatiana Guderzo in Australia. Anche la nazionale guidata ora da Paolo Bettini ha ben figurato. Forse, soggiunge Martini, a Bettini commissario tecnico manca proprio un Bettini ciclista, una punta di diamante in grado di finalizzare tutta l'azione della squadra. Ma ci sarà tempo per ritentare. Inevitabile finire a parlare di aiutini vari e di doping, dopo la sospensione precauzionale di Contador. Su questo l'ex ct è netto: «Il ciclismo è uno sport fatto di passione e rinunce. Dobbiamo cacciare i mercanti di veleni che sono nel tempio, come fece Gesù. Il ciclismo deve essere sempre d'esempio per i giovani».

Il vecchio ct
Quando il presente è aspro, meglio rifugiarsi nel passato, e allora Martini ricorda i suoi pupilli in nazionale, a cominciare dai grandi rivali Moser e Saronni - che solo lui riusciva a pacificare - a Gianni Bugno, bicampione mondale che però, per Martini, avrebbe potuto vincere molto di più se avesse creduto fino in fondo nei suoi grandi mezzi: «A volte mi chiedeva di poter fare il gregario, ma lui era nato per essere capitano», spiega il vecchio ct. Gli atleti possono essere forti in allenamento e in gara, ma deboli nei passaggi della vita: Marco Pantani aveva entusiasmato il mondo con le sue accelerazioni in salita, ma nelle salite della vita non è stato così forte. «Quando gli telefonavo – ricorda con un filo di amarezza Martini - non si faceva trovare. Un giorno mi ha risposto al telefono e gli ho detto: Marco, vengo a trovarti, così si va a mangiare insieme in un ristorante che conosco io e facciamo due chiacchiere. Lui prima mi disse di sì, ma poi non si fece più trovare».

Toscana terra di ciclisti
Guardando appena fuori di casa si stagliano le sagome delle colline della Toscana, terra di ciclisti. Gino Bartali si allenava sempre pedalando da Firenze a Siena e ritorno passando da Castellina in Chianti, mentre Merckx aveva scelto la zona di Cecina per i suoi allenamenti. Ancora oggi Martini osserva le corse dal vivo nella sua terra e tiene d'occhio giovani di belle speranze. Ma se gli chiedi chi è stato il vero maestro del ciclismo italiano lui risponde sicuro: il piemontese Girardengo. «Era il numero uno, insegnò il ciclismo a tutti. Oltre a studiare diverse migliorie per le biciclette mise a punto l'alimentazione del corridore. Insegnò che era il comportamento di vita a dare consistenza a una condizione di forma. Coppi seguì ciò che aveva fatto Girardengo, attraverso Biagio Cavanna, il massaggiatore cieco». Storie di uno sport che negli anni '40 era il più importante evento popolare in Italia, prima ancora del calcio. Basta sfogliare i giornali di allora per rendersene conto. Oppure ascoltare i racconti di Alfredo Martini. Vi potete fidare.


17 dicembre 2010