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Carry trade, le relazioni pericolose delle valute

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Questo articolo è stato pubblicato il 28 dicembre 2010 alle ore 06:35.

C'è chi s'è sorpreso per il rialzo del tasso ufficiale in Cina. Ma sorpreso non è la parola giusta: semmai indispettito, poiché i grandi broker internazionali s'aspettavano la mossa a fine anno e la Banca del Popolo ha deciso di farla la vigilia di Natale. La stretta monetaria cinese è in realtà un non evento, come difatti hanno dimostrato ieri le limitate reazioni dei mercati finanziari internazionali. In questa direzione si muoveranno anche nel 2011 le autorità di Pechino: con altri tre piccoli ritocchi del tasso di riferimento, come stima la gran parte degli economisti. Nel prossimo incontro di gennaio anche la banca centrale brasiliana dovrebbe prendere un'analoga decisione e, un po' più in là, probabilmente anche quella della Nuova Zelanda.

Lo scenario è ben tratteggiato e tutto sembra funzionare secondo un collaudato copione: i tassi d'interesse dei paesi in forte crescita economica, ossia quelli che per convenzione continuiamo a chiamare emergenti, cresceranno rapidamente, mentre i tassi dei paesi avanzati resteranno fermi ancora per lungo periodo. Aumentando in tale modo il differenziale dei tassi, anche le valute dei primi continueranno ad apprezzarsi su quelle dei secondi. La relativa facilità di queste previsioni spinge la speculazione internazionale a fare un uso sempre più massiccio del carry trade: l'operazione di indebitarsi nella valuta di un paese a bassi tassi d'interesse per investire altrove in attività a più alto rendimento. Già in passato yen, dollaro ed euro sono state le principali valute usate per indebitarsi a tutto beneficio del dollaro australiano e neozelandese o del real brasiliano.

Ma il concetto di «beneficio» è altamente opinabile, poiché i paesi emergenti o quelli esportatori di materie prime ne farebbero volentieri a meno. E per tentare di limitare il fenomeno hanno studiato nuove tasse sulle transazioni finanziarie internazionali e talvolta preso misure che hanno tutto il sapore di guerre valutarie. Quanto s'è visto nel 2010 è probabile possa ripetersi anche il prossimo anno, forse ingigantirsi, visto che i capitali mossi dagli investitori internazionali (quella che chiamiamo speculazione e che in realtà è soprattutto l'attività della grandi banche mondiali) potrebbero raddoppiare.

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Tags Correlati: Banca Mondiale | Cina | Fed | Mizuho Corporate | Politica monetaria |

 

Intanto è già raddoppiato il volume di denaro impiegato con il carry trade. Era pari a 500 miliardi di dollari nel 2009 e potrebbe essere salito a mille quest'anno. E nel 2011 arriveranno a inondare i mercati anche i 600 miliardi che la Fed impiegherà per acquistare titoli di stato (il secondo quantitative easing). Di questa enorme massa di liquidità appena le briciole arrivano alle imprese. Quasi tutto fluisce sui mercati finanziari e va a beneficio di azioni, titoli di stato e materie prime. Oppure delle valute stesse, poiché il valore di tutti gli scambi valutari internazionali è di gran lunga superiore al valore di tutte le altre attività finanziarie.

Non c'è dubbio che yen, dollaro ed euro rappresenteranno ancora le valute in cui indebitarsi, visto che i tassi d'interesse in queste aree sono destinati a restare bassi. Ma la valuta "migliore" nel gioco del carry trade è anche quella che ha più probabilità di deprezzarsi. In questo momento è difficile dire quale sarà e le previsioni degli economisti sono attendibili quanto le scelte del Caso. Prendiamo, ad esempio, le stime sul dollaro fatte in questi giorni da due delle maggiori banche giapponesi: Mizuho Corporate vede il biglietto verde apprezzarsi fino a 1,18 sull'euro; la concorrente Sumitomo Mitsui, assai celebrata per aver previsto il dollaro cadere a quota 80 sullo yen, vede l'euro volare fino a 3 nel 2011. Di prevedibile c'è dunque assai poco. Ma di certo c'è, da un lato, la debolezza "istituzionale" della valuta europea alle prese con la questione dei debiti sovrani, e dall'altro l'aggressività della politica monetaria statunitense che, con il quantitative easing, mira a tenere bassi dollaro e tassi d'interesse. In entrambi i casi la teoria suggerirebbe un deprezzamento delle due valute. Ma s'è visto che la realtà è diversa e a trionfare è invece un'estrema volatilità dettata dalla assai mutevole psicologia degli investitori.

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