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La paura della comunità copta

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Questo articolo è stato pubblicato il 02 gennaio 2011 alle ore 14:53.


«La violenza che ci troviamo ad affrontare è senza precedenti perché è nuova ed è in crescita».
Hosni parla velocemente al telefono, dal focolaio intrareligioso che è diventata Alessandria d'Egitto. Il nuovo covo dei fondamentalisti islamici dove non a caso si è aperto il 2011 con un attentato. Un'autobomba dinanzi ad una chiesa copta. La chiesa dei santi (Al- Qiddisine) nel quartiere Sidi Bishr.
Cosa sta succedendo? «Succede che il fondamentalismo avanza, senza lasciare spazio alla convivenza che ci ha distinto. Non ci sentiamo sicuri. E non da chi ci sta vicino, dai musulmani con cui siamo nati e cresciuti, ma da chi da lontano vuole colpirci e sta facendo il lavaggio del cervello a questi terroristi di nuova generazione. Ieri notte dopo l'attentato non eravamo più tutti egiziani. Ma eravamo nemici. Gli uni contro gli altri. Ancora una volta musulmani contro copti. È un'altra ferita difficile da chiudere, scatenerà la paura e la sfiducia. E noi saremo minoranza più sola».
Hosni parla in fretta, ma nelle sue poche frasi testimonia lo stato d'animo di un copto in un paese divorato dal fondamentalismo. Descrive il suo presente e il suo futuro in uno stato che è dilaniato sempre più da terrorismi di vario genere, interni o esterni che siano, dalla povertà e da una politica sempre più instabile.
«Il problema è su due fronti» spiega padre Danial El Bakhoumi, della chiesa copta dell'Arcangelo Raffaele, a Reggio Emilia. Lui è in Italia da sette anni, arriva da Assiut ad Assuan, quella parte dell'Egitto dove è fiorito il terrorismo. «Da una parte abbiamo lo stato che si disinteressa della protezione della minoranza copta egiziana, dall'altra la crescita del fondamentalismo e dell'oscurantismo islamico». El bakhoumi denuncia le discriminazioni «nell'accesso al lavoro, agli incarichi pubblici, alle alte cariche dello stato». I copti si trovano doppiamente discriminati nel ricoprire certe cariche di rilievo, solo perché non sono musulmani. «Io stesso - spiega - mi sono trovato obbligato ad emigrare, dopo il mio dottorato in economia, perché avevo difficoltà a trovare un lavoro che si addicesse al mio titolo. E sapevo che in Egitto come copto avrei avuto maggiore discriminazione. Mubarak certamente denuncia questi atti come riprovevoli e condannabili, ma non fa nulla di concreto per farli cessare, attraverso la legge. Basti pensare che i precedenti attentati non hanno ancora avuto giustizia».

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«Alessandria è un laboratorio ormai», sostiene invece Sherif el Sebaie, egiziano di fede islamica da 10 anni in Italia ed esperto di diplomazia internazionale. «Temo che quello che sta succedendo sia una prova generale per fare dello scontro religioso una strategia della tensione da parte dei movimenti fondamentalisti».
Bisogna inoltre fare una distinzione fondamentale per quanto riguarda l'Egitto precisa ancora Sherif: «Quello che vive la comunità religiosa copta è una discriminazione popolare piuttosto che persecuzione di una minoranza religiosa, che invece avviene in altri paesi. E questo avviene anche perché manca sicuramente una strategia educativa alla convivenza con altre religioni e in particolare con quella copta».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
IL PROBLEMA
Laboratorio di fondamentalismo
Gli appartenenti alla comunità copta egiziana temono che Alessandria, seconda città del paese, sia una sorta di «laboratorio» per fare dello scontro religioso una strategia della tensione contro il governo di Hosni Mubarak (nella foto) accusato di non fare abbastanza per difendere la minoranza

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