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Questo articolo è stato pubblicato il 01 febbraio 2011 alle ore 06:38.
Disequilibri, fratture, falde sismiche: questo è stato il tema di fondo discusso al 41° vertice del gotha finanziario di Davos. Un tema che si può sintetizzare in una frase di Nouriel Roubini, professore della New York University, lanciata alla sessione inaugurale dell'assemblea annuale del Wef, il World economic forum: «Dieci per cento di disoccupazione americana, dieci per cento di crescita cinese». Fin quando questo squilibrio tra le due sponde del Pacifico non verrà colmato il mondo non sarà tranquillo.
Non solo. Altro dissidio, ma questa volta tra le due sponde dell'Atlantico, riguarda la politica fiscale e le regole bancarie: Timothy Geithner, segretario al Tesoro americano, il primo dopo undici anni presente tra le nevi del Wef, non vuole affatto frenare sugli stimoli perché questo rischierebbe di bloccare la fragile ripresa; il premier inglese David Cameron, il presidente Nicolas Sarkozy e il cancelliere tedesco Angela Merkel puntano, invece, sui conti in ordine che non frenano la crescita. Senza contare lo scontro tra i superbanchieri (gli ex "maestri dell'Universo") stanchi di due anni di penitenza (No More Tears, Enough Is Enough) e i regolatori (politici e banchieri centrali) che invece sono stanchi delle resistenze dei banchieri che frenano sull'applicazione delle nuove regole in particolare in America sulla Volcker rule. Tutti uniti, invece, sui timori per i crescenti rischi geopolitici del Medio Oriente (petrolio e cauto ottimismo sono diventati ostaggi della crisi mediorientale).
A surriscaldare gli animi dei 2.500 sono stati in particolare quattro temi caldi.
Le regole finanziarie
Dopo l'attacco di Gary Cohn, alto dirigente di Goldman Sachs, ai politici contro la nuova regolamentazione finanziaria che favorirebbe lo shadow banking system, le cose sono peggiorate all'insegna della polemica con un brusco botta e risposta tra Sarkozy e Jamie Dimon di JP Morgan e tra Bob Diamond, boss di Barclays Bank, e il ministro delle Finanze francese, Christine Lagarde. I rapporti tra banchieri e regolatori hanno preso una piega più favorevole solo alla fine dei cinque giorni, quando è apparso chiaro che i politici e i regolatori non avrebbero concesso nulla ai banchieri che alla fine hanno detto sì a nuovi stress test e chiesto regole condivise e uniformi tra le due sponde dell'Atlantico in tempi certi.








