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Questo articolo è stato pubblicato il 05 febbraio 2011 alle ore 08:11.
ROMA
Le parole hanno un peso, non vanno usate liberamente, altrimenti danno una «scorretta rappresentazione della realtà». E Ugo De Siervo, presidente della Corte costituzionale, alle parole ci tiene, come alla sostanza che ci sta dietro. Dunque: parlare di «federalismo municipale» è «una bestemmia», un «abuso linguistico», è come dire che «un pesce è un cavallo, sono due cose che non c'entrano insieme», spiega. Quella approvata è una semplice «legge di autonomia finanziaria dei comuni», «una legge piuttosto vecchietta - aggiunge -, visto che bisognava farla più di una decina d'anni fa». De Siervo dice di parlare da «vecchio docente di diritto costituzionale» a margine di un Convegno a Firenze. Poi viene raggiunto dalla notizia che il premier, da Bruxelles, è tornato ad attaccare la Consulta, dove «siedono troppi giudici di sinistra che abrogano le leggi approvate dal Parlamento. Una situazione kafkiana che dobbiamo superare», ha detto Silvio Berlusconi. «Succede in 40 stati in Europa» è il laconico e un po' ironico commento di De Siervo. «Basta informarsi», aggiunge.
L'attualità politica dà al presidente della Corte costituzionale l'occasione per precisare un aspetto tuttaltro che secondario: la vera portata del decreto legislativo appena varato dal governo (anche se Napolitano lo ha rispedito in Parlamento) sul cosiddetto «federalismo municipale». Perché la questione linguistica posta da De Siervo pone inevitabilmente una questione politica, forse un conflitto politico.
De Siervo puntualizza: «Secondo me è molto improprio usare il termine federalismo per tutto ciò che sta accadendo in Italia - premette - perché lo stato federale è una cosa più seria, più grande e più complicata dell'autonomismo. Con il termine federalismo si spaccia ciò che è autonomismo degli enti locali. E questo è un abuso linguistico antipatico, perché la lingua è un fattore di unificazione». Il presidente anticipa il contenuto del suo intervento al convegno di Eunomia, sul «titolo V della Costituzione» e la giurisprudenza costituzionale e ricorda la «conflittualità impressionante e irrisolta» che da una decina d'anni lacera lo stato centrale e le regioni. «Io ho dati dell'ultimo anno in cui la Corte costituzionale ha fatto più sentenze per i conflitti tra Stato-Regioni che in tutte le altre materie», dice De Siervo, sottolineando che questa è una «prima» nella storia della Corte e, quindi, nella storia d'Italia. Questo «dato oggettivo» rivela che «con la bocca si parla di federalismo, che sarebbe qualcosa di più, e nella realtà si fa qualcosa di meno del regionalismo. Se c'è un conflitto permanente e continuo... La Corte ha preso sul serio ciò che c'era nella Costituzione sulle regioni, ma certo è dura rendere vitali le norme che disciplinano il regionalismo italiano con spinte centralistiche o fughe regionalistiche che non si incrociano mai».








