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Sì all'unità, divisi sul federalismo. L'88% degli italiani è favore dell'Italia unita, il 43% sostiene la riforma

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Questo articolo è stato pubblicato il 20 febbraio 2011 alle ore 08:15.

Il valore dell'unità nazionale non è in discussione. Sul federalismo e i suoi effetti invece gli italiani sono divisi. Sono questi i risultati più rilevanti di un recente sondaggio realizzato dal laboratorio di Analisi politiche e sociali dell'università di Siena. Quasi il 90% degli intervistati pensa che l'unità nazionale sia un fatto molto o abbastanza positivo. L'81% dichiara di provare una forte (54%) o moderata (27%) emozione quando sente suonare l'inno nazionale. Su questo sentimento non si sono differenze tra i cittadini di centro-sinistra e quelli di centro-destra. Quel che lascia perplessi è piuttosto la scarsa conoscenza della storia patria. Solo la metà del campione intervistato ha sentito parlare del 150esimo anniversario dell'unità. Solo poco più di un terzo ha indicato con precisione l'anno dell'unificazione. Tra quelli che non sanno indicare una data il 34% la colloca addirittura dopo il 1900. Per Roberto Benigni c'è ancora un grande lavoro da fare.

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Il sentimento nazionale non cancella la consapevolezza che l'Italia continua a essere caratterizzata da una profonda frattura tra Nord e Sud. Eppure la percezione di questa divisione non arriva al punto da mettere in pericolo l'unità del paese. Infatti solo il 15% degli intervistati dichiara che «Nord e Sud dovrebbero dividersi perché troppo diversi tra loro». È sorprendente che su questo giudizio pesi poco il fattore geografico. Infatti scomponendo il dato nazionale per area si scopre che solo il 18% dei cittadini del Nord vorrebbe la separazione contro il 15% di quelli del Sud e poco più del 10% di quelli che vivono nelle regioni del Centro. Questo risultato è ancora più interessante se si tiene conto che quasi il 40% dei cittadini del Nord ritiene che il Mezzogiorno sia un peso per lo sviluppo del paese. Evidentemente per molti residenti delle regioni settentrionali un giudizio negativo nei confronti del Sud non si traduce automaticamente in un atteggiamento favorevole alla separazione. Ma non si traduce nemmeno in una disponibilità incondizionata a fornire aiuto alle regioni meridionali.

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Tags Correlati: Bossi | Lega | Partiti politici | PDL | Riforma | Roberto Benigni | Sud

 

Uno dei fenomeni rilevati da questa indagine è che gli abitanti delle regioni più ricche sentono la responsabilità di aiutare quelle più povere. Infatti solo il 25% degli intervistati sostiene che le regioni più povere debbano basarsi solo sulle proprie forze mentre il 62% si dichiara favorevole ad aiutarle. Questo vale sul piano dei principi ma quando la solidarietà è declinata in termini Nord-Sud la percentuale di coloro che restano favorevoli a fornire aiuto scende dal 62 al 38% mentre il 48% ritiene che il Sud debba fare da solo.

Su questo atteggiamento pesa l'orientamento politico degli intervistati, ma fino a un certo punto. Il 55% di quelli che si dichiarano di centro-sinistra è ben disposto nei confronti del Sud rispetto al 32% di quelli che si dichiarano di centro o di centro-destra. Ma anche tra i primi, quando viene indicato il Sud come destinatario della solidarietà, il consenso declina sensibilmente. La questione meridionale è sempre lì ed è solo parzialmente legata alle posizioni politiche sull'asse sinistra-destra.

Le differenze politiche, e quelle territoriali, emergono invece molto nettamente sul tema del federalismo. Coloro che sono molto o abbastanza favorevoli alla sua introduzione sono il 43% mentre i contrari sono il 34% con una percentuale del 21% che non esprime un'opinione. Le differenze tra elettori di centro-sinistra e di centro-destra, però, sono sensibili. Tra i primi meno del 40% si dichiara a favore contro oltre il 60% dei secondi e circa il 50% degli elettori di centro. Il giudizio negativo o positivo nasce da una diversa valutazione degli effetti che la riforma federale può avere sul paese. Solo il 25% degli intervistati di centro-destra ritiene che il federalismo metterà a rischio l'unità nazionale contro il 43% degli elettori di centro-sinistra. Tra questi ultimi è molto diffusa l'opinione (51%) che questa riforma beneficerà le regioni del Nord a scapito di quelle del Sud o che penalizzerà quelle del Sud a beneficio di quelle del Nord (60%).

Non sorprende che la grande maggioranza degli elettori di destra la pensi diversamente. E lo stesso vale per quanto concerne l'aumento delle tasse locali che viene visto come uno degli effetti del federalismo dal 74% degli intervistati di centro-sinistra contro il 39% di quelli di centro-destra. Tra questi ultimi inoltre è largamente diffusa (66%) l'opinione che la riforma federalista migliorerà la qualità dei servizi al Sud ma stranamente questa percentuale scende quando il giudizio si riferisce specificatamente al servizio sanitario.

In sintesi, siamo davanti a un quadro di luci e ombre. Da una parte ci sono le differenze tra cittadini del Nord e cittadini del Sud. Dall'altra quelle tra elettori di centro-sinistra e di centro-destra. Si tratta di differenze radicate nella storia del paese e nella politica di oggi. Il federalismo è una delle bandiere non solo della Lega Nord ma anche dell'attuale governo. Il punto però è che tra Pdl e Lega esiste una differenza sostanziale. I voti al partito di Bossi vengono solo dal Nord. I voti al partito di Berlusconi vengono sempre più dal Sud. Questo è un problema per il Cavaliere.
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