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Questo articolo è stato pubblicato il 26 marzo 2011 alle ore 12:32.
L'ultima modifica è del 26 marzo 2011 alle ore 12:34.

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Il ritardo del Sud? Un Nord al cuboIl ritardo del Sud? Un Nord al cubo

L'Italia non cresce perché c'è il Sud. Tra le spiegazioni avanzate sull'origine della malattia italiana della lenta crescita, periodicamente irrompe in scena il Meridione con la sua arretratezza. Che indiscutibilmente esiste ed è composita, abbracciando ogni aspetto delle attività economiche e anche civili e sociali. Non c'è indicatore significativo in cui il Mezzogiorno non stia, per livello, indietro e di molto rispetto al Nord del Paese. La sintesi la dà il divario nel Pil per abitante: 17.324 euro contro 29.914 nel 2009 (57,9% il primo in rapporto al secondo). La tesi del Sud come freno a un Nord scalpitante è ammaliante e a prima vista convincente. Eppure la storia economica e le dinamiche recenti la confutano.
Sebbene, come vedremo, puntare il dito contro il Sud consente d'individuare almeno due importanti verità sull'Italia. Cominciamo dalla confutazione che viene dalla storia. Sono 150 anni ormai che l'Italia convive con il proprio dualismo. La questione meridionale, infatti, è antica almeno quanto l'Unità. Tanto che il termine fu coniato nel 1873 da un deputato del giovine Regno. E nel 1904 è perfettamente descritta, in tutti i suoi addentellati, da Giustino Fortunato: «Che esista una questione meridionale, nel significato economico e politico della parola, nessuno più mette in dubbio. C'è fra il Nord e il Sud della penisola una grande sproporzione nel campo delle attività umane, nell'intensità della vita collettiva, nella misura e nel genere della produzione, e, quindi, per gl'intimi legami che corrono tra il benessere e l'anima di un popolo, anche una profonda diversità fra le consuetudini, le tradizioni, il mondo intellettuale e morale».

La persistenza del dualismo non ha, però, impedito all'Italia in alcune fasi di raggiungere tassi di crescita molto elevati, multipli degli attuali, come nel 1950-1973. Suona strano, perciò, che oggi si indichi un nesso di causa-effetto tra l'arretratezza del Sud e l'andamento insoddisfacente della crescita economica italiana negli ultimi vent'anni.
Si potrebbe, anzi, perfino capovolgere questa relazione e affermare che per alcuni aspetti il Meridione arretrato è stato funzionale allo sviluppo del Settentrione. Anzitutto, attraverso il trasferimento di capitale umano, trasferimento che è ripreso da almeno una decina d'anni; meno consistente nel numero ma di più alta qualità media, trattandosi di persone istruite (per lo più laureati) e molto intraprendenti. La fuga dal Sud equivale, secondo stime della Fondazione Curella, a un travaso di risorse di 15 miliardi l'anno a favore delle regioni che ricevono il capitale umano formato (la stima considera l'investimento della famiglia per crescere e istruire una persona fino al diploma superiore e lo moltiplica per le 100mila persone che lasciano il Sud).

In secondo luogo, il Sud rappresenta un significativo mercato di sbocco per i beni prodotti al Nord, un mercato sostenuto con la spesa pubblica. Forse non è un caso che la frenata del Paese abbia coinciso con la riduzione dei trasferimenti alle regioni meridionali (deleteri per il decollo economico del Sud e comunque non più sostenibili). La confutazione basata sulle dinamiche recenti guarda all'andamento del Pil al Nord e al Sud. I dati elaborati da Massimo Rodà del Centro Studi Confindustria (Csc) dicono che dal 1997 al 2007, cioè dall'ingresso de facto nel mondo dell'euro alla vigilia della grande recessione, il Pil è salito del 15,2% al Nord e del 13,7% al Sud. In quell'arco di tempo il Nord ha beneficiato di un forte incremento della popolazione: +6,5%, contro lo 0,6% meridionale. È noto che l'aumento demografico è un fattore di ampliamento della domanda e della produzione. Se consideriamo il Pil per abitante, così da depurare la performance dell'economia dall'incremento demografico, si scopre che in quegli anni il Nord è stata la tartaruga (+8,1%) e il Sud la lepre (+13,1%). Si fa per dire, visto che in entrambi i casi si è trattato di progressi modesti.

La realtà è che negli ultimi quindici anni il Paese è stato molto unito nella lenta crescita e nel suo insieme ha perso terreno rispetto alle altre economie europee. Una statistica è in ciò rivelatrice e insieme impressionante. Nel 1997 l'Italia era l'unica nazione europea che presentava contemporaneamente un'alta quota di persone residenti in regioni con un Pil per abitante inferiore al 75% della media Ue (22%) e un'ancor più alta quota di persone che risiedevano in regioni con un Pil per abitante superiore al 125% della stessa media (59%). Nel 2007 la prima quota era salita (al 29%) e la seconda si era più che dimezzata (al 25%). Cioè, anche le regioni ricche d'Italia sono diventate meno ricche rispetto ai partner europei. A riprova del fatto che non è fondata l'affermazione che c'è un Nord che tiene il passo del resto d'Europa. La ragione profonda di ciò, ed è questa la prima verità che emerge cercando nel Sud la causa ultima della lenta crescita italiana, è che tutto il Paese è bloccato dalle stesse cause, che nel Meridione si presentano elevate al cubo. Inefficienza della pubblica amministrazione, in ogni suo ambito, carenza delle infrastrutture, illegalità (che diventa nel Mezzogiorno criminalità organizzata), rigidità, mancanza di concorrenza. Cioè, lo Stato non fa lo Stato e ciò impedisce al mercato di funzionare correttamente e fa vincere l'economia fondata sulla relazione invece di quella fondata sul merito. In particolare, le analisi condotte dalla Banca d'Italia e dal Csc sottolineano che a essere carente nel Mezzogiorno è stata l'attuazione locale delle politiche nazionali.

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