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Questo articolo è stato pubblicato il 27 marzo 2011 alle ore 14:40.

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Qual è stato l'effetto della crisi finanziaria e della Grande recessione che l'ha seguita sulla distribuzione dei redditi e della ricchezza? Chi ci ha rimesso di più, i ricchi o i poveri? La risposta non è facile. Vi sono due modi per guardare alla distribuzione del reddito: uno è a livello globale, l'altro all'interno di ogni Paese. In un certo senso il primo sguardo è il più equo, se diamo lo stesso peso e la stessa considerazione a ogni cittadino del mondo al di là dei confini nazionali. Partiamo allora da questo.


La crisi ha colpito molto di più i Paesi ricchi rispetto a quelli poveri. Cina, India, America Latina e anche parte dell'Africa dopo una breve flessione hanno ricominciato a crescere a ritmi elevati. Sono stati proprio i Paesi emergenti a trascinare il mondo fuori dalla recessione. L'anno scorso, mentre l'area Ocse era stagnante o poco più, Cina, India e America Latina crescevano tra il 5 e il 10 per cento. Quindi da un punto di vista globale la disuguaglianza dovrebbe essere scesa, perché i Paesi poveri sono cresciuti più di quelli ricchi.


Le cose si complicano se guardiamo all'interno di ogni Paese o all'area euro. Innanzitutto i dati riguardanti la distribuzione del reddito sono rilevati con un certo ritardo rispetto a quelli, per esempio, sul Pil, quindi solo fra qualche anno avremo un quadro più chiaro. Per ora possiamo solo basarci su cosa ci dice la storia. La Grande depressione iniziata nel 1929 segnò una forte riduzione della disuguaglianza negli Stati Uniti. Questo trend al ribasso continuò fino agli anni 80, per poi risalire. D'altro canto non tutte le crisi finanziarie sono uguali fra loro e questa potrebbe avere un effetto diverso rispetto a quella del 1929.
Un aspetto rilevante di questa crisi (che la rende in parte differente da quella del '29) sono stati i salvataggi di banche e Paesi, e i deficit pubblici accumulati, cosa che ha generato flussi di reddito molto complessi. Per esempio i contribuenti tedeschi (relativamente ricchi) finiranno in qualche modo per aiutare quelli greci e portoghesi (più poveri).


D'altro lato il contribuente medio-basso irlandese finirà per garantire tutti i creditori delle banche del suo Paese, probabilmente in media più ricchi del cittadino medio irlandese. I contribuenti americani hanno salvato varie istituzioni finanziarie e i loro ricchi azionisti, ma il Tesoro americano ha poi recuperato questi fondi, spesso guadagnandoci.
Infine, di solito durante le "normali" recessioni, cioè quelle cicliche indipendenti da crisi finanziarie, la disuguaglianza aumenta perché la disoccupazione colpisce di più i ceti meno abbienti. Ovviamente i sussidi alla disoccupazione e varie altre forme di welfare pubblico in Europa riducono, e di molto, i costi sociali della disoccupazione, per lo meno in Paesi dove lo Stato sociale funziona bene. Quindi i disoccupati di oggi sono ben più protetti di quelli della Grande Depressione. In Italia, però, il sistema di welfare è inefficiente e sbilanciato troppo sulle pensioni rispetto, per esempio, a quello dei Paesi nordici. Non solo: l'alto livello del nostro debito non ha permesso di espandere la protezione sociale. Tutto ciò, sommato a 15 anni di crescita inferiore alla media europea, ha pesato sui ceti medi italiani.
Insomma, la risposta che possiamo dare alla domanda posta all'inizio è che a livello mondiale la disuguaglianza è probabilmente scesa, ma all'interno di ogni Paese non lo sappiamo ancora (e in ogni caso ci sono situazioni molto variabili), data la complessità di misurazione dei flussi di reddito generati dalla crisi stessa.
aalesina@harvard.edu

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