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Questo articolo è stato pubblicato il 26 aprile 2011 alle ore 09:15.
L'ultima modifica è del 26 aprile 2011 alle ore 09:28.

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Sembra che da qualche anno il 25 aprile sia condannato a essere teatro di esibizioni mediocri nel segno dell'intolleranza. Questo 2011, 66 anni dopo la Liberazione, non ha fatto eccezione. A Milano i rappresentanti della gloriosa Brigata Ebraica sono stati oggetto di sberleffi e insulti ("fascisti!") a opera dei centri sociali; e in un quartiere popolare di Roma qualcuno si è preso la briga di comporre una scritta in ferro battuto analoga a quella che campeggiava sull'ingresso di Auschwitz ("il lavoro rende liberi", stavolta in inglese).

Sono due esempi, i peggiori. Ma ce ne sono anche altri, come le scritte a Firenze contro il filosofo Giovanni Gentile, assassinato dai Gap nel '44. E poi altre manifestazioni di insofferenza qui e là: dai fischi agli esponenti politici sgraditi (La Russa, Letizia Moratti, persino Bersani) fino ai giudizi liquidatori espressi dalla Lega, ma per bocca di esponenti minori.

A questo va aggiunta la sostanziale solitudine istituzionale del presidente della Repubblica. Come ogni anno è sulle sue spalle che ha gravato il peso maggiore della celebrazione. Silvio Berlusconi era assente come è avvenuto quasi sempre in questi anni. Con un'eccezione significativa due anni fa: allora il presidente del Consiglio intervenne a Onna, il paesino vicino all'Aquila distrutto dal terremoto. Il suo discorso carico di ottimismo e di spirito di riconciliazione segnò un momento alto nella storia della leadership berlusconiana. Ma rimase privo di seguito: pochi giorni dopo cominciò la china discendente con la storia della ragazza di Casoria, prologo di tutte le successive avventure boccaccesche del premier.

Dunque il 25 aprile di Onna non si è ripetuto e nessuno, per la verità, se lo aspettava. A esprimere l'auspicio che il paese riesca a sottrarsi alla tentazione dello "scontro cieco", individuando la via di una "rinnovata coesione" e di una chiara "responsabilità nazionale", è stato il capo dello Stato. Parole significative, eppure non si sfugge all'impressione di una festa in tono minore. Dipende probabilmente dal fatto che siamo in campagna elettorale e ogni forza politica tende a recitare il proprio copione. Senza molta fantasia. Come accade con l'Italia dei Valori che ha stabilito il prevedibile, ma un po' insensato, parallelo fra liberazione dal Duce e liberazione da Berlusconi (il "rais"). Ognuno parla al suo elettorato.

Ma il tono della giornata è dipeso anche dalla circostanza che è passato poco più di un mese dal 17 marzo. Quel giorno - 150esimo anniversario dell'Unità - l'Italia aveva trovato davvero un momento di concordia, grazie all'attenta regìa del presidente della Repubblica (e il partito di Bossi avrà avuto modo di riflettere sull'errore commesso con i suoi "distinguo"). Pretendere che il miracolo si ripetesse ieri, era un po' troppo. Del resto, se il 25 aprile non divide più in senso ideologico, salvo per gli episodi squallidi sopra ricordati, non è nemmeno la data che meglio si presta a una definitiva riconciliazione. Specie quando tutti pensano al voto.

Sarà un caso, ma il presidente della Camera ha dato prova di una certa astuzia. Andando in Afghanistan a parlare ai soldati, in base al principio che "la battaglia per la libertà non conosce frontiere", Gianfranco Fini ha evitato di confondersi con le parole d'ordine della sinistra; ma è riuscito anche a sottrarsi alle contumelie della destra. Con ciò confermando – lui e i seguaci di "Futuro e Libertà" – che non è facile individuare un modo nuovo (e "terzopolista") di celebrare la Liberazione.
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