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Questo articolo è stato pubblicato il 04 maggio 2011 alle ore 06:39.
Torino, sfida sull'agenda economica
Un probabile vincitore, due giovani sfidanti impegnati a capitalizzare la passerella in vista di battaglie future più che a contendergli la vittoria, dieci comparse. Il successo alle primarie del centrosinistra di Piero Fassino, le fatiche di Pdl e Lega a giungere all'investitura di quello che in fondo era il candidato della prima ora, l'assessore regionale Michele Coppola, la candidatura last minute con la maglia del terzo polo, che peraltro gli calza un po' stretta, del professor Alberto Musy, suonano come la premessa per un risultato senza sorprese: gli ultimi sondaggi diffusi nei giorni scorsi vedono Fassino – che corre anche per Sel e Idv – a rischio ballottaggio ma saldamente in testa, Coppola in ripresa ma staccato di diversi punti e Musy in coda ai tre.
Anche così si spiega una campagna elettorale finora senza acuti. L'ascesa in Chrysler di Fiat, la vertenza sull'ex-Bertone, la condanna per omicidio ai dirigenti Thyssen sembrano suggerire che il vero nodo resta il peso, e il ruolo, che l'industria ancora potrà avere sotto la Mole, ma si tratta di questione identitaria che i candidati finora hanno scelto di maneggiare con cura, attenti a non sbilanciarsi.
D'altronde sotto la Mole da anni la prima realtà economica non è più la Fiat ma proprio il Comune. La lunga successione di amministrazioni di centrosinistra ha condensato intorno a palazzo civico leve importanti, capaci di incidere pesantemente su un tessuto in cui la grande impresa non è più dominante: oggi dal Comune dipende il 16,5% del Pil cittadino, tra amministrazione e partecipate i dipendenti sono 23mila e il "fatturato" sfiora i tre miliardi e mezzo, ma sul gruppo pesano debiti complessivi per 4,85 miliardi. Un gigante con i piedi d'argilla, che negli ultimi anni per chiudere il bilancio si è dovuto affidare ai dividendi delle partecipate (70 milioni dal 2008 al 2010) e alle concessioni edilizie (160 milioni nel triennio).
«Se non vogliamo diventare la prima grande città alle prese con una bolla immobiliare bisogna subito correre ai ripari», teorizza il liberale Musy, che propone di agire a monte, «riallocando il debito e mettendolo in parte sul mercato, con un'obbligazione convertibile sulle partecipate». Un'operazione dalla quale potrebbero scaturire risparmi per 90 milioni l'anno, più o meno lo stesso margine che Michele Coppola intende ottenere rendendo più efficiente la macchina comunale: «Riducendo le direzioni e ottimizzando la struttura si possono risparmiare fino a 70 milioni l'anno», sostiene l'assessore alla cultura della giunta Cota, che punta poi a «dotare l'insieme delle partecipate di un piano industriale, che consenta loro di crescere meglio e più in fretta».
Per Fassino la chiave è un'altra: completare la sofferta metamorfosi da città fordista a ecosistema basato sull'economia della conoscenza. L'obiettivo? Fare di Torino la prima smart city d'Italia, con uno sforzo in più rispetto al passato: «La città non deve più limitarsi a essere lo sfondo della sua trasformazione, ma deve diventarne l'elemento trainante, offrendo qualità della vita, alta formazione, cultura». Senza dimenticare il lavoro, tema su cui Fassino ha lanciato un pacchetto di proposte che prevede tra l'altro la stabilizzazione dei precari della partecipate e l'istituzione di un gruppo di Polizia municipale destinato a verificare la sicurezza nei cantieri.
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