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Questo articolo è stato pubblicato il 13 maggio 2011 alle ore 08:35.
L'ultima modifica è del 13 maggio 2011 alle ore 06:38.

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È una semplificazione un po' brutale, ma contiene un nocciolo di verità. Negli ultimi giorni la scena politica nazionale è stata occupata da due soggetti capaci di stagliarsi sopra ogni altro: Silvio Berlusconi e Giorgio Napolitano. Ruoli diversi, è ovvio; responsabilità e prospettive altrettanto differenti. Eppure sono loro due, il capo dello Stato e il presidente del Consiglio, che dominano il campo e di fatto lo monopolizzano.

Entrambi sanno mandare agli italiani messaggi chiari ed efficaci, benché quasi mai sovrapponibili. E non solo perché uno svolge una funzione istituzionale e l'altro è impegnato in un'aspra partita politica. Il punto è che Napolitano e Berlusconi, uno al Quirinale e l'altro a Palazzo Chigi, rappresentano due Italie che non sempre sono integrabili. Talvolta due Italie che non comunicano.

Questo non significa che Napolitano sia, come dicono sprezzanti certi ambienti della maggioranza, «il capo dell'opposizione». Il problema è un altro. Se Berlusconi sfrutta fino in fondo la logica del bipolarismo per dividere il paese e mobilitare i seguaci su alcune parole d'ordine (la lotta ai comunisti, ai magistrati «eversivi», alla Costituzione del '48), Napolitano si pone l'obiettivo opposto: riunire l'Italia, restituirle coesione. Il che vuol dire pretendere rispetto reciproco fra le istituzioni, difendere la Costituzione, immaginare le riforme come un momento di confronto costruttivo e non di conflitto distruttivo.

L'opposizione non potrebbe mai declinare questi temi nella forma e con il respiro del Quirinale. Peraltro è vero che le frequenti esternazioni di Napolitano hanno il peso che hanno perché riempiono un vuoto inquietante. La voce del presidente è forte anche perché è flebile quella dei partiti, a cominciare dal Pd, che dovrebbero intervenire nel dibattito pubblico e invece lasciano quasi tutto lo spazio a Berlusconi.

La campagna per le amministrative lo dimostra. Negli ultimi giorni il presidente del Consiglio ha cominciato l'offensiva finale e ha oscurato via via gran parte degli interlcutori. In parte persino la Lega di Bossi, che peraltro è consapevole di disporre di un'invidiabile forza sul territorio. Berlusconi non va per il sottile, secondo un costume collaudato che in passato gli ha portato fortuna. Perciò pieno sostegno a Letizia Moratti, a Milano, dopo il mezzo infortunio delle accuse a Pisapia. E a Napoli promesse alquanto spregiudicate ai possessori di case abusive («basta demolizioni»).

Con una sola eccezione, nessuno è in grado di resistere a questo rullo compressore (facilitato, s'intende, dall'uso tutt'altro che parco del mezzo televisivo). Lo stesso Bossi è un alleato nel resto dell'anno, ma in queste settimane è un rivale a cui impedire di uscire dalle urne troppo rafforzato, perché i voti in più la Lega li prenderebbe al Pdl.

L'eccezione è appunto Napolitano. L'unico in grado di limitare, correggere, frenare Berlusconi. Talvolta di costringerlo in un angolo. L'unico capace d'insidiarlo sul punto dolente del rapporto con una Lega a tratti insofferente: come si è visto a Milano, ma anche nel dissidio sul «condono edilizio» a Napoli. Il presidente ha costruito una relazione positiva con Bossi, fondata sul rifiuto del conservatorismo istituzionale. Napolitano offre infatti alla Lega un punto di riferimento in vista del riassetto federalista dello Stato. E Bossi ha deciso di farne tesoro. Vedremo dopo le elezioni.

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