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Questo articolo è stato pubblicato il 15 maggio 2011 alle ore 08:10.

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Mi ha colpito l'insistenza del ministro Giulio Tremonti, in questa campagna elettorale, sulla questione meridionale e sulle grandi potenzialità della Banca del Sud. Mi ha ricordato gli anni 50, la Cassa per il Mezzogiorno, i grandi meridionalisti e l'intervento straordinario. Una sorta di déjà vu, con immagini che si sovrapponevano a distanza di sessant'anni. Una gran parte della mia vita. Non ho potuto fare a meno, allora, di andare con la mente a quei dati che l'istituto di statistica europeo ha reso noti due giorni fa a proposito del nuovo wirtschaftswunder tedesco.
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Un miracolo economico vero, fondato su tanti elementi, ma con alla base l'unificazione economica del Paese completata in soli dieci anni dopo la caduta del muro. Dopo ormai quasi un secolo, invece, noi italiani siamo sempre lì: con una questione meridionale tutta da risolvere e con un Pil che, guarda caso, fa sempre più fatica a risalire. La differenza tra i due Paesi non è evidentemente solo nell'incapacità italiana di superare il dualismo interno. Quello però è un simbolo. Un simbolo di quanto non sia vero che i governi, in tempi di fast world competition, non possano fare granché per favorire la crescita di un Paese.
Anche nella nostra vecchia Europa i governi possono ancora fare molto per aiutare a riprendere la strada dello sviluppo. E devono farlo come prima priorità. Credo di averlo detto fra i primi nel nostro dibattito pubblico e i fatti mi stanno dando ragione.
L'ho detto e ho anche fatto proposte concrete. Perché il mio mestiere è quello di imprenditore e quindi sono a mio agio se si parla in termini concreti di cosa è possibile fare, non di filosofie generali.
Tre cose su tutte, allora. Strettamente correlate tra loro. Una forte riduzione della pressione fiscale sul lavoro e sull'impresa, una ristrutturazione della spesa pubblica, una politica sindacale che favorisca l'innovazione nelle relazioni di lavoro.
Non ci sarà ripresa finché imprese e mondo del lavoro non saranno alleggerite di quella che oggi è la zavorra più grande: l'incidenza pesantissima del cosiddetto cuneo fiscale e contributivo, che asciuga le buste paga e scoraggia qualunque assunzione. Qui serve un abbattimento draconiano. Il ministro Tremonti ha più volte parlato di spostare il peso fiscale dalle persone alle cose. Non so bene cosa voglia dire. Ma sono certo che le rendite non danno crescita. Perché allora non spostare la pressione del fisco dal lavoro e dalla produzione ad aree della ricchezza meno dedite alla crescita? Favorire chi produce, questa oggi deve essere la nostra bibbia.
Non solo, favorire in particolare chi produce innovazione e alta tecnologia. Sono reduce da un soggiorno negli Stati Uniti. Lì la ripresa è in gran parte trainata, ancora una volta, dall'alta tecnologia. La Silicon Valley è un marchio che si sta rilanciando. La spinta a crescere parte ancora una volta dai laboratori e dalla mente creativa di chi vede il futuro. Era una qualità, questa, tipicamente italiana. Riappropriamocene. Leggo sul Sole 24 Ore che il Governo ha elaborato un decreto per favorire con un fisco quasi zero il rientro dei "cervelli" italiani all'estero. Perché non è ancora in Gazzetta ufficiale?
L'arma fiscale è peraltro cruciale per favorire una più moderna impostazione delle relazioni industriali in Italia. La flessibilità contrattuale è una necessità, ma sarà favorita se il Governo potrà mettere sul terreno l'offerta di sgravi fiscali veri sulla parte più variabile dei salari. Cosa aspetta? Chiami i sindacati, chiami la Confindustria e concordi con loro un piano mettendoci tutti gli stimoli che un Governo può mettere. Ma in poche settimane, non aprendo tavoli infiniti di confronto. Nel 1992 si fece così. E l'Italia si salvò e ripartì.
Con i sindacati si discuta poi di spesa pubblica. Non è possibile che tutto il settore privato si sia dovuto ristrutturare in neppure un anno e lo Stato resti immobile come un moloch. All'Espresso abbiamo tagliato il costo del lavoro del 20% in un anno. Lo ha fatto la Fiat, lo sta facendo Il Sole 24 ore, lo hanno fatto tutte le imprese private. Anche la pubblica amministrazione deve tagliare il suo costo del lavoro. So di violare un tabù. Ma lo faccio con la convinzione che mi deriva, non solo da valutazioni di realismo economico, ma anche da considerazioni morali: perché deve esserci un doppio binario nel considerare i lavoratori pubblici e quelli del settore privato? Chi lavora in un'azienda privata ha forse meno diritti alla stabilità del posto di lavoro rispetto a chi lavora nel pubblico? Ci sono lavoratori di serie A e di serie B? Su questo vorrei che i sindacati dessero una risposta. E anche la politica. Perché poi se la spesa pubblica continua a crescere sotto ogni governo ci sono alla base le ragioni del consenso che ispirano - oramai in via esclusiva - le forze politiche.
Sono tre punti che meriterebbero più attenzione nel dibattito pubblico. Li affido al Sole 24 Ore, attento oggi più che mai alla vita e ai problemi veri del Paese.
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