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Questo articolo è stato pubblicato il 19 maggio 2011 alle ore 08:10.
L'ultima modifica è del 19 maggio 2011 alle ore 06:36.

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Nel ricorrente valzer di poltrone e poltronissime europee, per non finire a fare tappezzeria, l'Italia spesso in passato ha dovuto accontentarsi. Motivi? Colpevole distrazione, scarso gioco di squadra, candidati deboli. Di recente abbiamo riguadagnato posizioni a Bruxelles. Ora, con Mario Draghi alla presidenza della Bce dal 1° novembre, c'è stato il grande salto di qualità.

Da qui a teorizzare lo "strapotere italiano" nelle istituzioni Ue però ce ne corre. Eppure questo è quello che da settimane dicono sottovoce i Paesi nordici, Germania e Olanda in testa. Questo è quello che i loro ministri hanno denunciato a margine dell'ultimo Eurogruppo, decisi a ridimensionare quel presunto strapotere.
Una favorevole congiuntura ha voluto che per una volta fossimo in grado di mettere in lizza le persone giuste per i posti giusti in settori-chiave, politicamente e tecnicamente ipersensibili come l'unione economico e monetaria e la finanza, banche in primis. Draghi a parte, che però è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso del Nord, ci sono infatti altri 5 italiani oggi in alcuni punti strategici del fortino europeo.

Sono il direttore generale del Tesoro Vittorio Grilli, che è da poco diventato anche presidente del Comitato economica e finanziario (Cef), il regista "occulto" delle riunioni dei ministri finanziari. Sono Marco Buti che alla Commissione Ue è direttore generale Ecfin, cioè del settore strettamente collegato. C'è poi Lorenzo Codogno, direttore al Tesoro per analisi e programmazione economica e finanziaria, alla guida del Comitato europeo per la politica economica, l'organo che elabora studi comparati Ue su pensioni, mercato del lavoro, etc. propedeutici al varo delle riforme strutturali di Eu2020.

E ancora. Da gennaio alla testa dell'Eba, l'Autorità bancaria europea con compiti di vigilanza a livello comunitario e al momento impegnata negli stress test sui maggiori istituti di credito Ue, c'è Andrea Enria che prima era alla Banca d'Italia. Infine c'è Lorenzo Bini Smaghi, che è dal 2005 uno dei 6 membri del Comitato esecutivo della Bce ma dovrà lasciare «volontariamente» l'incarico quando in novembre all'attuale presidente Jean-Claude Trichet succederà Draghi. Per evitare la presenza di due italiani nel board.
Messi così tutti in fila sono indubbiamente un bel gruppo in posti strategicamente eccellenti. Troppi per tedeschi e olandesi che stanno organizzando la riscossa per ridurre l'eccessivo peso, a loro dire, occupato dall'Europa del Sud. Caso vuole, tra l'altro, che quando Draghi diventerà presidente, il suo vice sarà il portoghese Vitor Constancio, quasi una provocazione per il virtuoso Nord nel pieno della crisi dell'euro attualmente tutta concentrata su Atene, Lisbona e Dublino.

Per cominciare l'attenzione è concentrata su Bini Smaghi che non è in scadenza e teoricamente, in nome della sua indipendenza da statuto, potrebbe rifiutare di lasciare. Di fatto, visti i precedenti, l'ipotesi non è contemplata tanto che si sa già che a succedergli sarà un francese. In questo modo l'equilibrio Nord-Sud sarebbe di tre a tre: un italiano, un portoghese e uno spagnolo accanto a un tedesco, un belga e un francese. L'Olanda però punta con decisione alla poltrona che resterà vacante nel maggio 2012 quando finirà il mandato dello spagnolo Gonzalez-Paramo. Se così sarà, salterà l'equilibrio geografico e il Nord si ritroverà in maggioranza.

Non basta. Si racconta che nel gioco delle compensazioni negoziate dietro le quinte in vista della nomina di Draghi, il cancelliere tedesco Angela Merkel abbia chiesto il posto di Grilli al CEF per Jorg Asmussen, attuale segretario di Stato alle Finanze. Non si sa con quale scadenza. Il mandato del nostro dura due anni ma non è escluso che nel frattempo possa passare ad altro incarico, magari alla guida della Banca d'Italia. D'altra parte alla Germania, dicono le indiscrezioni, andrà anche la presidenza della Banca europea degli investimenti (Bei), oggi del belga Philippe Maystadt. E al posto di Dominique Strauss-Kahn al Fondo monetario internazionale, Paesi emergenti permettendo, potrebbe andare la francese Christine Lagarde, che da mesi si sta scaldando i muscoli.
Salvo imprevisti, la partita si giocherà al vertice europeo di fine giugno quando Draghi otterrà la benedizione finale dei ventisette Governi dell'Unione europea.

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