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Questo articolo è stato pubblicato il 10 giugno 2011 alle ore 07:58.

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ROMA - «Penso che non mi recherò a votare» annuncia Silvio Berlusconi in conferenza stampa a palazzo Chigi dopo il Consiglio dei ministri. «È diritto dei cittadini - aggiunge il premier - decidere se votare o meno per il referendum». Replica immediata del leader del Pd, Pierluigi Bersani: «Se non va a votare lui, ci andranno gli italiani».

Poi Bersani rileva che «il voto è nel merito dei quesiti, non pro o contro Berlusconi». Certo è che l'astensione dichiarata del premier non passa inosservata. Arriva la stoccata del presidente della Camera dei deputati, Gianfranco Fini: «Credo sia importante andare a votare perché depotenziare l'istituto referendario facendo leva sul mancato raggiungimento del quorum sarà anche legittimo ma politicamente sbagliato». Poi Fini si augura che «vincano posizioni che spingano alla modernizzazione del Paese».

Il leader di Sinistra Ecologia e Libertà, Nichi Vendola, rilancia e chiede la mobilitazione pro referendum: «Care amiche e amici - scrive sulla sua pagina Facebook - non perdiamo neanche un minuto, non distraiamoci neanche un secondo». Il ministro dell'Istruzione, Maria Stella Gelmini, invece, sostiene: «Non andrò a votare perché ritengo che siano quesiti piuttosto inutili che servono alla sinistra per mettere in difficoltà il Governo in carica». Secondo Angelo Bonelli, leader dei Verdi, «le dichiarazioni di Berlusconi offendono la Costituzione, su cui sia i ministri che lo stesso Berlusconi hanno giurato». Bonelli ricorda: «L'articolo 48 dice che l'esercizio del voto è un dovere civico: dovere evidentemente snobbato da chi riveste le più alte cariche della Repubblica».

Prova a chiudere le polemiche Fabrizio Cicchitto, capogruppo Pdl a Montecitorio: «Il referendum è per definizione uno strumento per condurre una battaglia politica ed è ben diverso, come istituto, dalle elezioni. È giusto dire che non partecipare alle elezioni toglie credibilità alle istituzioni, ma non è altrettanto vero per la mancata partecipazione ad esso». Secondo Cicchitto «rispetto ad un referendum, infatti, si può votare sì per condividerlo, ma se non lo si condivide si può scegliere il no, oppure la non partecipazione. Si tratta di una linea che nel passato è stata seguita da forze politiche di vario segno».

Restano poi irrisolti i problemi legati al voto degli italiani all'estero, una questione rilanciata dai Radicali italiani. «Il voto all'estero mette a rischio il quorum di tutti e quattro i quesiti, non solo il nucleare, e i problemi riguardano chi non ha votato, più che coloro che ne hanno avuto la possibilità» afferma il segretario nazionale, Mario Staderini. E annuncia ricorso alla Cassazione. «Mentre continuano ad arrivare dall'Europa e dall'America Latina segnalazioni di gravi irregolarità del voto, è oramai documentato - sostiene - che le modalità con cui è stato gestito il voto non hanno messo nelle condizioni di votare buona parte degli italiani oltreconfine. Non è tollerabile - prosegue - che l'esito dei quattro referendum sia deciso, anzichè dal voto di venti milioni di italiani che si recheranno alle urne, dal mancato adempimento da parte delle istituzioni dei propri obblighi. Presenterò nelle prossime ore un'istanza alla Cassazione perché - spiega Staderini - non siano considerati, ai fini del quorum di tutti e quattro i referendum, quegli italiani all'estero che non hanno votato e di cui il Governo non è in grado di dimostrare che siano stati ragionevolmente messi nelle condizioni di votare».

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