Il Sole 24 Ore
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9 giugno 2011

Il modello tedesco? Organizzare le idee

di Luigi Guiso


Niente è più illuminante del raffronto con la Germania per capire la dimensione della stagnazione dell'economia in Italia. Fatto 100 il Pil dei due Paesi nel 2007, nel giro di tre anni e mezzo si è aperto un divario di 7 punti percentuali. Questo è il divario che avremmo osservato se la grande recessione si fosse abbattuta solo sull'Italia e non anche sulla Germania, come violentemente invece ha fatto.

Ma la Germania cresce e si riprende con grande rapidità, l'Italia no.
Qual è il segreto tedesco? È stato detto che la differenza risiede, oltre che nelle riforme del mercato del lavoro che la Germania ha adottato precocemente, nella capacità delle imprese tedesche di innovare. Ma non è stato detto perché. Perché gli imprenditori tedeschi sono più ambiziosi e lungimiranti? Perché hanno più fantasia? Perché la Germania ha imprese più grandi e quindi maggiore capacità di investire in ricerca e sviluppo? Perché le università sfornano ingegneri più dotti? Nessuno di questi fattori può ragionevolmente spiegare la capacità di innovare del sistema industriale tedesco. Difficile credere che gli imprenditori italiani non abbiano ambizione o fantasia e ingegno: se c'è dote di cui abbondano, talvolta rischiando lo stereotipo, è quella.

La Germania ha certo una dimensione media di impresa più grande ma è anche nota per la prevalenza di moltissime piccole e medie industrie, che non sono impedite nell'innovare. Quanto agli ingegneri e agli scienziati di talento, dove mancano si importano attingendo al mercato globale dei cervelli - se si accetta di vivere in un mondo aperto. La differenza la fa l'organizzazione dell'industria dell'innovazione.
Nella nostra epoca le nuove idee, le innovazioni, dalle più banali a quelle più rivoluzionarie, scaturiscono esse stesse da un processo produttivo in cui entra come input principalmente capitale umano e ha come output nuove idee, alcune applicabili immediatamente altre che fanno da input per future applicazioni. La qualità di questo processo determina il successo di un'economia perché le consente di essere più o meno distante dalla frontiera della conoscenza e più o meno capace di tradurre in pratica - e quindi sfruttarle economicamente - le nuove idee.

Nell'organizzazione di questa industria e nella produzione di idee vi è un ruolo naturale, desiderabile e importante per l'intervento del settore pubblico. La Germania dispone di una possente organizzazione pubblica - il Fraunhofer - il cui scopo è produrre ricerca e sviluppo applicata. Il Fraunhofer conta di oltre 60 centri di ricerca sparsi in tutta la Germania e ha rappresentanze nei centri nevralgici nel mondo. Occupa oltre 18mila tra scienziati e ingegneri il cui compito è cercare nuove applicazioni della conoscenza scientifica di base. Lo scopo ultimo è di portare sul mercato nuovi prodotti e processi.
Un'impresa tedesca che ha necessità di risolvere uno specifico problema tecnologico si rivolge al Fraunhofer con il quale stipula un contratto di ricerca. La forza principale del Fraunhofer è nel mettere in piedi il mix di intelligenze necessarie per risolvere quel problema specifico attingendo al suo pool di scienziati. Un piccolo esempio: la Salus, impresa di 500 addetti produttrice di punta di tè e tisane aveva fino ad allora risolto manualmente la separazione delle foglie di tè da altri elementi estranei.

Ma la separazione manuale fa perdere oltre il 10% della materia prima. Con l'accresciuta competizione dall'estero questo è un costo che minaccia la profittabilità della Salus. Si rivolge al Fraunhofer che realizza un processo automatico di separazione delle foglie con perdita di prodotto vicina a zero: la Salus recupera efficienza e può mantenere i suoi impianti a Bruckühl.
Fraunhofer gestisce ogni anno circa 8mila contratti attraverso i quali vengono veicolate verso il mercato le idee e le tecnologie sviluppate al suo interno. Alternativamente, sono gli stessi scienziati del Fraunhofer che portano direttamente sul mercato nuove idee attraverso spin off, nuove imprese create con il coinvolgimento di un venture capitalist. Un apposito dipartimento si occupa di incentivare i suoi scienziati verso gli spin off e sono allo studio del suo management strategie alternative per promuovere il marketing delle nuove tecnologie che vengono create.

È questo dispositivo micidiale a cui le imprese possono attingere che alimenta l'innovazione. Ed è questa poderosa macchina di problem solving che ha consentito alle imprese tedesche non solo di reggere la concorrenza della Cina ma di sfruttare a proprio vantaggio la sua crescita impetuosa. La disponibilità di innovazione ha facilitato la ristrutturazione e il riposizionamento delle imprese rispondendo con superiori tecnologie alla concorrenza cinese. La produzione di innovazione ha consentito di specializzarsi nelle produzioni in cui i cinesi sono carenti: quelle con elevato contenuto tecnologico.

Il ministro dell'Economia Giulio Tremonti, commentando la rapida crescita tedesca, ha sostenuto che la Germania «ha avuto la fortuna terribile di incrociare la domanda cinese». Non è fortuna, è il risultato della buona e lungimirante amministrazione tedesca. Mario Draghi, governatore della Banca d'Italia, osservando freddamente le cause del successo tedesco ha suggerito di fare come la Germania. Partendo dall'Istituto italiano di tecnologia creato dalla Ragioneria generale dello Stato, potremmo, ispirandoci all'esperienza tedesca, cercare di metter su anche noi il nostro Fraunhofer. Seguiamo il saggio consiglio di Draghi. Qualcuno lo ha ascoltato e lo sta già seguendo. Indovinate chi? La Cina.


9 giugno 2011