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Questo articolo è stato pubblicato il 19 giugno 2011 alle ore 15:50.
L'ultima modifica è del 19 giugno 2011 alle ore 16:37.

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Winston Churchill diceva che la democrazia è il peggior sistema di Governo, fatta eccezione per tutti gli altri. Lo stesso si può dire dell'economia di mercato. Gli imprenditori e i manager spesso non pianificano a lungo termine, ancora più spesso sbagliano.

Ciò che rende l'economia di mercato superiore a ogni alternativa non è la saggezza e la lungimiranza delle persone in posizione di potere, ma la flessibilità che il sistema possiede nel correggere gli errori, cambiando i vertici aziendali o deprivandoli delle risorse per continuare. La genialità dell'economia di mercato è proprio quella di trasformare una comunità di persone con limitate capacità in un sistema con un'intelligenza superiore.

Per funzionare, questo meccanismo di trial and error si basa sulla competizione e sulla buona corporate governance. La competizione depriva di risorse le imprese inefficienti, costringendole a cambiare o morire. La buona corporate governance aiuta le imprese inefficienti a cambiare, evitando loro di morire. Troppo spesso la buona corporate governance viene identificata come il rispetto di regole formali. Ma queste regole sono funzionali a una migliore gestione dell'impresa. In particolar modo, dovrebbero facilitare la sostituzione tempestiva di manager inefficienti.

Secondo Henry Hansmman, professore di legge a Yale, il vantaggio delle società di capitali rispetto alle cooperative consiste proprio nella rapidità ed efficienza del processo decisionale. In una società di capitali, gli azionisti hanno interessi relativamente omogeneei e quindi il processo decisionale è più efficiente, come sono più efficienti le democrazie in Paesi etnicamente ed economicamente omogenei come la Svezia e la Norvegia.

Nelle cooperative, invece, gli interessi sono molto divisi: ci sono i lavoratori contro i clienti, i pensionati contro i neoassunti, i dirigenti contro i dipendenti. A meno di rare eccezioni, l'efficienza decisionale delle cooperative è pari a quella delle democrazie con forti divisioni etniche ed economiche: ovvero molto scarsa. Il problema non è solo delle cooperative (i patti di sindacato nostrani sono riusciti a importare nelle società di capitali le inefficienze del sistema cooperativo) ma è particolarmente pronunciato nelle cooperative.

In settori altamente competitivi, l'inefficienza della governance è un problema limitato. La pressione competitiva forza le imprese all'efficienza. Quelle inefficienti o cambiano rapidamente o perdono clienti e finanziatori e muoiono. Ma in settori poco competitivi, il problema è serio. Le imprese inefficienti possono sopravvivere a lungo, sperperando la rendita di posizione di cui godono sul mercato, come i rampolli di buona famiglia che continuano a vivere nell'ozio vendendo i gioielli di famiglia. Così facendo, le imprese danneggiano il sistema tre volte: sprecano risorse, servono male i clienti e impediscono a nuove imprese innovatrici di entrare sul mercato.

Se c'è un settore in cui questo problema è molto grave è quello bancario. È un settore estremamente regolamentato e protetto in cui è difficilissimo entrare (la Banca d'Italia è molto riluttante a concedere nuove licenze) e da cui è pressoché impossibile uscire involontariamente (raramente le grosse banche sono lasciate fallire). In questo settore, il problema decisionale delle cooperative diventa particolarmente severo. Una cooperativa bancaria inefficiente può sopravvivere molto a lungo. Paradossalmente, il settore bancario è anche quello in cui le cooperative sono molto presenti. In parte si tratta di un retaggio storico, che precede l'introduzione della regolamentazione bancaria, ma non solo. Le banche popolari rappresentano un modo alternativo di gestire il rapporto di credito e questa diversità è utile alla flessibilità del sistema e non va eliminata.

Banca d'Italia, però, deve avere la consapevolezza dell'inefficienza decisionale che caratterizza le banche popolari, soprattutto quando non sono gestite al meglio. Senza la pressione del mercato, una Popolare può rimanere inefficiente danneggiando tutti tranne che i suoi dirigenti. In questo caso Banca d'Italia non si deve limitare a intervenire suggerendo aumenti di capitale (che non fanno altro che allungare l'agonia), ma deve intervenire sul gruppo dirigente. Sono l'ultima persona al mondo che vorrebbe concedere questo potere a Banca d'Italia in un mercato deregolamentato e competitivo. Ma date le condizioni del mercato bancario non vedo alternative.

La manifestazione più eclatante di questo problema è la Banca Popolare di Milano. Come ampiamente riportato da molti giornali, l'ispezione della Banca d'Italia ha messo in luce pesanti problemi gestionali. Sono stati contestati fidi eccessivi ad alcuni imprenditori, a mancanza di controlli nell'erogazione di credito a imprese non immuni dall'attenzione della criminalità organizzata, fino ad arrivare a errori e incongruenze nel sistema di gestione dei clienti, diffuso disordine organizzativo e inadeguatezza nel sistema informatico. La Banca d'Italia ritiene di aver trovato perfino errori nel modo in cui i mutui venivano conteggiati. Come se non bastasse, Consob ha sanzionato tre dirigenti di Bpm, tra cui il nuovo direttore generale, per irregolarità accertate agli sportelli e prassi commerciali non corrette. In altre parole, alcuni dipendenti avrebbero modificato il profilo di rischio dei clienti per collocare l'obbligazione della banca presso i correntisti, contribuendo a far sopravvivere la banca. Queste «condotte illecite», secondo la Consob, sono di «gravità estremamente elevata».

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