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Questo articolo è stato pubblicato il 23 giugno 2011 alle ore 07:55.
L'ultima modifica è del 23 giugno 2011 alle ore 09:08.

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La giustizia è un bene, un servizio, che viene prodotto in quantità più o meno adeguate, per quanto ciò possa suonare offensivo alle orecchie di molti principi della patria del diritto.
Come ogni altro bene, può essere di maggiore o minore qualità. Fabbricato in modo efficiente o meno, cioè con maggiori o minori impiego di risorse e soddisfazione della clientela.

Come la farina, può essere un bene finale, cioè consumato direttamente da un cittadino (per esempio, in una causa ereditaria), o intermedio perché entra nella lavorazione di altri beni (per esempio, quando un'impresa vuol far rispettare il contratto da parte di un'altra impresa).

A differenza della stragrande maggioranza degli altri beni, però, il buono il cattivo funzionamento della giustizia non ha un impatto solo diretto sul vivere civile e quindi sul benessere di una popolazione, ma ha anche e soprattutto effetti indiretti, perché incide in modo profondo sugli ingranaggi del sistema economico. E', infatti, una componente fondamentale di quello speciale lubrificante che si chiama fiducia. E se questo lubrificante è scadente, allora i mercati operano male, gli investimenti delle imprese vengono inibiti e le aziende tendono a rimanere più piccole.

Se la giustizia è lenta, viene infatti meno la certezza del rispetto degli obblighi contrattuali e i tribunali cessano di essere i luoghi dove si fanno valere le proprie ragioni e diventano il fortino in cui si rifugia chi ha torto e vuole far desistere la controparte, fiaccandola con oneri gravosi e sproporzionati rispetto all'oggetto del contendere. Ciò scoraggia le nuove iniziative imprenditoriali e dissuade dall'avventurarsi verso scale dimensionali superiori che comportano inevitabilmente relazioni commerciali molto più fitte e complesse.

Questo, a parità di altre condizioni, abbassa il livello della ricchezza prodotta annualmente (misurata dal PIL) e riduce la competitività e l'attrattività degli investimenti. Una stima effettuata da Mauro Sylos Labini del Centro Studi Confindustria suggerisce che c'è contagio tra la lentezza della giustizia e quella dell'economia italiane: nel periodo 2000-07 se i tempi dei processi fossero stati la metà di quelli effettivi (cioè fossero stati come quelli francesi), ciò si sarebbe potuto associare a un incremento del PIL di due punti aggiuntivi rispetto agli otto messi a segno in quel periodo (lo studio verrà discusso domani in Viale dell'Astronomia 30, durante il consueto seminario del CSC sugli scenari economici).

Dai confronti internazionali sui sistemi giudiziari l'Italia, in effetti, esce sempre male. Per esempio, è seconda per numero di condanne presso la Corte europea a causa dell'irragionevole lunghezza dei procedimenti. Un processo civile di primo grado dura 533 giorni, contro i 286 della Francia e i 129 dell'Austria. Occorrono 1.210 giorni per risolvere una controversia commerciale, con un costo pari al 30% del suo valore, contro i 394 e il 14% in Germania e i 331 e il 17% in Francia. Come accade per la maggior parte dei servizi pubblici, ci sono enormi differenze territoriali, giacché al Sud di solito i processi sono molto più lunghi (fino a quattro volte).

Mancanza di risorse? No. La spesa italiana in giustizia, infatti, non si discosta significativamente e sistematicamente da quella degli altri paesi europei. Ma è mal impiegata. I tribunali appaiono troppo piccoli e distribuiti sul territorio secondo criteri antiquati; ciò, per giunta, non consente la specializzazione dei magistrati, i cui avanzamenti di carriera di fatto seguono prevalentemente l'anzianità di servizio, anziché il merito e la competenza.

Inoltre, in Italia si ricorre troppo spesso ai tribunali: la litigiosità è quasi doppia di quella della Francia e otto volte quella britannica. Perché? Viene spontaneo mettere in relazione la moltiplicazione per 2,5 volte del numero dei procedimenti con l'esplosione del numero di avvocati, passati da uno ogni mille abitanti nel 1985 a quasi 3,5 nel 2009. Inoltre, la loro parcella dipende proprio dalla complessità della causa e quindi dalla sua durata, e non da quanto veloci sono a portarla a termine con quale risultato per il cliente. Difficile resistere alla tentazione maliziosa di sentenziare che il lungo processo ingrassi gli studi legali.

La prima vittima innocente di questo quadro sconfortante, indegno di una nazione civile, è la giustizia percepita come giusta. A discapito della reputazione dei magistrati e degli avvocati; a lungo andare, anche dell'indipendenza della magistratura, baluardo di ogni democrazia.
l.paolazzi@gmail.com

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