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Questo articolo è stato pubblicato il 02 luglio 2011 alle ore 11:45.
L'ultima modifica è del 02 luglio 2011 alle ore 08:10.

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Il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto. La manovra non aumenta il disavanzo di bilancio: questa è una buona notizia, e non era affatto scontata. Va dato atto a Giulio Tremonti di non aver seguito la reazione pavloviana di tanti suoi colleghi di governo di fronte ad una sconfitta elettorale: aumentare la spesa pubblica, o promettere una riforma fiscale in deficit, per riguadagnare consensi.

Proprio per questo attendersi di più era forse politicamente irrealistico, dopo una sconfitta elettorale e in pieno sfilacciamento della coalizione. Ma governo, Bruxelles e molti commentatori stanno partecipando ad una finzione pericolosa in cui il re è nudo (la manovra quasi non esiste, ci sono quasi solo annunci per il futuro) ma non hanno il coraggio di dirlo. Il dibattito odierno sulla manovra è quasi puramente accademico: in gran parte verte su provvedimenti che potranno essere facilmente rivisti o annullati da qui a due o tre anni, quando dovrebbero entrare in vigore. Ed è inevitabile che sia così: nessun governo si sente vincolato da decisioni prese due o tre anni prima, magari da un governo differente.

Si può discutere all' infinito se una manovra restrittiva in questo momento avrebbe ucciso quel poco di ripresa che c'è, o se invece avrebbe generato più crescita rendendo più credibile la promessa di minori tasse in futuro (per quel che può valere, mentre in passato avrei sostenuto la seconda posizione, oggi ne sono meno convinto). Ma quello che è certo è che se si vuole fare un aggiustamento di bilancio credibile bisogna partire da subito con un segnale deciso.

Un approccio del tipo "armiamoci e partite" verso i futuri governi non funziona, perché questi ultimi non hanno alcun motivo di attuare ciò che è stato deciso dal governo di oggi; se il governo attuale non vuole prendere decisioni impopolari, perché dovrebbero prenderle loro? Quando Gran Bretagna e Germania l' anno scorso hanno deciso di ridurre il disavanzo di bilancio, l' hanno fatto subito, non hanno posticipato le misure necessarie.

Come mostra uno studio recente di Adi Brender della Banca centrale israeliana, dal 1985 sette governi israeliani hanno annunciato piani di stabilizzazione della finanza pubblica, ma gli unici due che ci sono riusciti sono quelli che hanno tagliato il disavanzo subito, senza affidarsi ad annunci sul futuro. È vero che un consolidamento di bilancio serio va fatto su di un orizzonte temporale che va oltre l'anno corrente; ma promuovere o bocciare i governi sulla base di piani multiannuali sottoposti da ogni paese, come concordato recentemente dal- l'Unione europea, è un' arma a doppio taglio, perché invita inevitabilmente i governi a sottoporre dei piani di rientro in cui le scelte difficili e dolorose sono sempre rimandate al futuro, e mette al tempo stesso il timbro di approvazione europea su questa strategia ambigua.

Questo è esattamente ciò che è successo con questa manovra, che formalmente può affermare di essere consistente con le richieste di Bruxelles, ma per due anni fa poco o niente. Temo che ci vorrà di più per convincere i mercati, soprattutto se il problema greco si riacutizzerà dopo la tregua di questi giorni; d' altra parte, "fare di più" avrebbe attirato le ire di molti ministri. È inutile illudersi: preso tra l' incudine dei mercati e il martello delle pressioni politiche dalle frange meno responsabili, questo governo non poteva e non potrà far altro che barcamenarsi fino alle elezioni. Poi si vedrà.
roberto.perotti@unibocconi.it
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