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Questo articolo è stato pubblicato il 07 luglio 2011 alle ore 06:39.

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ROMA
Il verdetto era scontato, ma per Silvio Berlusconi rappresentava comunque un passaggio importante in vista del 18 luglio, data della prossima udienza del processo-Ruby in cui è imputato di concussione e prostituzione minorile. Ieri la Corte costituzionale ha dichiarato «ammissibile» il conflitto di attribuzioni sollevato dalla Camera contro la Procura e il Gip di Milano: si tratta di un via libera preliminare, che non anticipa nessun giudizio sul merito del ricorso; ma tanto basta per considerare "giuridicamente esistente" il conflitto e per consentire alla difesa del premier di chiedere al Tribunale la sospensione del processo in attesa della sentenza definitiva (sul merito) della Consulta. La sospensione non è prevista per legge e, per lo più, non viene mai concessa se a sollevare il conflitto non è l'autorità giudiziaria, ma la decisione sull'eventuale stop è rimessa alla discrezionalità del giudice. Quindi, al Tribunale. Gli onorevoli avvocati del premier, Piero Longo e Niccolò Ghedini, non si sbilanciano. «Sono cose che vanno meditate e valutate con attenzione, non siamo obbligati a decidere in cinque secondi», dice polemicamente Longo. Ma è notorio che Berlusconi punta allo stop del processo, tant'è che il Pdl aveva persino programmato di presentare un'apposita norma, ribattezzata "blocca-Ruby", da inserire nel ddl sul "processo lungo" (in attesa di essere esaminato dall'aula del Senato) per far scattare automaticamente la sospensione in presenza di un conflitto tra poteri.
La decisione di ieri è una semplice verifica dei requisiti soggettivi e oggettivi del ricorso e non tocca la questione di merito fatta valere dalla Camera, ossia la violazione commessa dai magistrati di Milano nell'escludere la «ministerialità» del reato contestato a Berlusconi per l'ormai famosa telefonata in questura, il 26 aprile 2010, con cui sollecitò la liberazione della giovane marocchina, allora minorenne. Reato ministeriale e, dunque, competenza del Tribunale dei ministri, sostiene la Camera, chiedendo l'annullamento di tutti gli atti di indagine sul caso Ruby e del decreto di citazione a giudizio immediato del premier. Le toghe milanesi, escludendo la natura ministeriale del reato e andando oltre nelle indagini e nel processo senza alcuna comunicazione alla Camera di appartenenza, avrebbero leso le prerogative del Parlamento.
È una tesi in parte analoga a quella sostenuta in un altro conflitto di attribuzioni già all'esame della Corte, sollevato dal Senato nel 2010 sul caso dell'ex ministro della Giustizia Clemente Mastella, indagato dalla magistratura di Napoli. A marzo la Corte lo ha dichiarato ammissibile e l'udienza sul merito è stata fissata a ottobre. La sentenza Mastella costituirà un precedente per il caso-Ruby, i cui tempi di decisione si preannunciano più lunghi. La decisione della Corte va infatti notificata con il ricorso entro 60 giorni, dall'avvenuta notifica scattano altri 30 giorni per il deposito in cancelleria e poi altri 20 per dare alla controparte la possibilità di costituirsi in giudizio (la Procura ha già dato mandato al professor Federico Sorrentino). L'udienza sul merito (relatore il giudice Giuseppe Tesauro) non sarà fissata prima di novembre. Se, dunque, lunedì 18 il Tribunale dovesse accordare la sospensione, il processo si fermerebbe per quattro mesi, a meno che la Corte non faccia slittare in avanti la decisione. Se, invece, non ci sarà alcuno stop, si entrerà nel vivo del dibattimento. Sempre che il Tribunale rigetti l'eccezione di incompetenza funzionale sollevata dalla difesa, escludendo la natura «ministeriale» del reato.
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LA VICENDA «Reato ministeriale»
Si celebra a Milano il processo Ruby (foto) in cui il presidente del Consiglio Silvio Berlsuconi è imputato di concussione e prostituzione minorile
La Camera ha sollevato conflitto di attribuzione per la violazione commessa dai magistrati di Milano nell'escludere la «ministerialità» del reato contestato a Berlusconi per la telefonata in questura, il 26 aprile 2010, con cui sollecitò la liberazione della giovane marocchina. Il reato, sostiene la Camera, è ministeriale e, dunque, di competenza del Tribunale dei ministri

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