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Questo articolo è stato pubblicato il 18 luglio 2011 alle ore 12:50.

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Cadono le stelle in Argentina e non siamo a San Lorenzo. Eliminate ai quarti della Coppa America le quattro squadre che prima dell'inizio del torneo si diceva avrebbero certamente raggiunto le semifinali, vale a dire Colombia, Brasile, Cile e Argentina. Cadono le stelle e si fanno male, tanto male. Perché se è vero che per Colombia e Cile fare risultato non era una necessità improrogabile, che davanti alle corazzate della Seleção e della Seleccion si può fare spesso ben poco, per queste ultime vincere o provare a farlo in modo convincente rappresentava una vera e propria ragion d'essere. Una missione più che un'opportunità.

Per capirci, Brasile e Argentina sono le nazionali più titolate del continente sudamericano. Distribuiscono giocatori di talento in giro per il mondo come se piovesse. Paese che vai, brasiliano o argentino che trovi con un pallone tra i piedi. Nelle ultime due edizioni della Coppa America si sono contese il trofeo in finale, loro sempre lì, a due passi dalla gloria, gli altri a guardare i campioni e a sognare di mettere un giorno le mani sulla coppa che fa la felicità di centinaia di milioni di tifosi.

Brasile e Argentina dovevano arrivare in finale perché così dicevano gli addetti ai lavori di tutto il mondo. Sono le squadre più forti e poi l'Argentina gioca in casa, davanti al suo pubblico, si diceva, impossibile che fallisca l'occasione. Detto, fatto. Argentina e Brasile a casa, insieme con Cile e Colombia. A giocarsi il diritto di scendere in campo per la finale, tre sorprese grandi così e una conferma. Nell'ordine, Venezuela, Perù, Paraguay e Uruguay. La rivoluzione del calcio sudamericano è cominciata, prendete posto.

Alto, a lato, alto e a lato. No, non sono le istruzioni per improvvisare un esercizio di fitness. Sono le conclusioni dei calciatori brasiliani alle prese con i rigori che decidevano il passaggio in semifinale. In 120 minuti di gara le stelle carioca non erano riuscite ad avere la meglio su un Paraguay che si è difeso con la lama tra i denti, vivere o morire, dentro o fuori per scrivere la storia. Maicon, Lucio, Thiago Silva, Ganso, Robinho, Neymar, Pato contro Villar, Veron, Vera, Caceres, Estigarribia, Riveros. Se nel calcio contassero i numeri e i trofei in bacheca, questa partita non si sarebbe nemmeno dovuta giocare. E invece, ecco servita la gara che fa cadere nel tormento una nazione intera. Perché il Brasile dei campioni non può sbagliare quattro rigori su quattro. Mai, nemmeno in un'amichevole sulla spiaggia di Copacabana. Paraguay in estasi, tifosi in delirio, e il portiere paraguayano Villar che se si candidasse oggi per la poltrona presidenziale non avrebbe problemi a farsi eleggere.

Se il Brasile sta male, l'Argentina sta malissimo. Ha investito sulla Coppa America un carico di risorse e di entusiasmo da vivere di rendita per un decennio. Dopo le delusioni delle ultime edizioni, voleva fortissimamente riconquistare il trofeo che manca in bacheca dal 1993. Le premesse c'erano tutte. Con il pubblico dalla sua parte e una squadra di fuoriclasse a costruire giocate d'alta scuola, la Seleccion non poteva che fare bene. Del resto, quando puoi contare su giocatori come Messi, Tevez, Aguero, Cambiasso, Di Maria, Mascherano e via di questo passo non puoi farti spaventare da nessuno, nemmeno dall'Uruguay di Forlan e Cavani che, da soli, valgono in monete quanto il resto della rosa. Ci risiamo, la frittata è servita. Uno a uno alla fine dei supplementari, si va ai rigori. Segnano tutti, tranne lui, Carlos Tevez, che si fa parare il tiro da un Muslera in stato di grazia, miglior giocatore della partita, una saracinesca, un muro che forse la Lazio comincia già a rimpiangere. Uruguay avanti e Argentina fuori. Rimandata alla prossima occasione, tra le lacrime della gente scesa in strada a Buenos Aires in attesa di iniziare i festeggiamenti. Negli altri due quarti, Venezuela e Peru fanno fuori rispettivamente Cile e Colombia. Come si diceva, la rivoluzione del calcio sudamericano è cominciata, prendete posto, ne vedremo delle belle.

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