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Questo articolo è stato pubblicato il 23 luglio 2011 alle ore 11:38.
L'ultima modifica è del 23 luglio 2011 alle ore 08:11.

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Un giorno, in un modo o nell'altro, la Grecia uscirà dal suo stato attuale di servitù debitoria. Ma che cosa potrà fare per guadagnarsi da vivere? Una risposta che sento ripetere spesso è: «Nulla».

«Che cosa può esportare la Grecia?», chiedono i critici. In genere, la mia risposta è che questi commentatori danno prova di una concretezza fuori luogo: un'economia, anche l'economia di una piccola nazione, è qualcosa di estremamente complesso, che ha più possibilità di quelle che si possono scorgere analizzandole frettolosamente dall'alto.
Fa comunque piacere vedere Kemal Dervis – che è vicepresidente per l'economia globale alla Brookings Institution e che conosce bene l'economia dell'area dell'Egeo – contribuire al dibattito con qualche proposta specifica. «La Grecia è uno Stato membro dell'Unione europea e un Paese ad alto reddito, nonostante le attuali difficoltà, pertanto non può puntare le sue chances di crescita sul fatto di diventare uno snodo manifatturiero per prodotti semplici fabbricati a bassi salari», ha spiegato l'economista turco il 7 luglio sulle pagine del Financial Times.

E ancora: «Il settore turistico, di alta qualità, continuerà a occupare un ruolo centrale per il futuro della Grecia, rafforzato e integrato da altre attività culturali, comunità per pensionati del Nordeuropa e servizi sanitari di alta qualità a costi vantaggiosi. La Grecia deve trovare nicchie di mercato nell'high-tech e partecipare alla struttura mondiale di questo settore. Infine ci sono le tecnologie verdi, che sul lungo periodo, grazie al considerevole potenziale del Paese ellenico per quanto riguarda l'energia eolica e quella solare, possono diventare una fonte di crescita importante».
Sembra plausibile. In sostanza, Dervis insiste sulla collocazione geografica della Grecia, e ha senz'altro ragione. Un magnifico arcipelago, con un clima fantastico e facente parte dell'Europa, ha molte opportunità da offrire una volta che Atene non sarà più crocifissa a una croce di euro.

È da un po' che mi lamento dell'"ellenizzazione" del dibattito economico, cioè il fatto che si tiri sempre in ballo la Grecia quando in realtà la Grecia (con una lunga storia di gestione irresponsabile dei conti pubblici, con un debito pubblico elevatissimo e senza una sua valuta nazionale) ha pochi punti in comune perfino con gli altri Paesi della periferia dell'euro, figuriamoci con gli Stati Uniti.
Eppure Mitch McConnell, senatore del Kentucky, recentemente ha dichiarato in una conferenza stampa che «sembriamo già la Grecia sotto molti aspetti». Eh già, tranne per il fatto che è tutto diverso. I livelli del debito degli Stati Uniti e della Grecia, sulla base di dati compilati dal Fondo monetario internazionale (e se volete il mio parere, le proiezioni del Fmi per la Grecia sono troppo ottimistiche) non sono neanche lontanamente comparabili, non scherziamo.

E poi c'è il fatto di avere una valuta propria, e il fatto che il tasso di interesse sui titoli di Stato decennali negli Stati Uniti è del 3,11 per cento, mentre su quelli greci è del 16,82 per cento.
Per il resto siamo esattamente identici. A proposito, ma i repubblicani non erano quelli che accusavano chi parlava male del l'America di antipatriottismo?
(traduzione di Fabio Galimberti)

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