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Questo articolo è stato pubblicato il 28 luglio 2011 alle ore 06:37.

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«Cash is king». L'adagio, ultimamente, è mandato a memoria dai direttori finanziari della corporate America. Un mantra per esorcizzare (e contrastare) ciò che, fino a poco tempo fa, era l'impensabile: il downgrade, se non addirittura il default tecnico, del debito statunitense. Un'ipotesi che tra gli operatori riporta alla mente il crack Lehman, con il successivo congelamento del mercato interbancario. Suggestioni, eccesso di pessimismo? Possibile. Intanto però, per non saper né leggere né scrivere, le aziende si sono costruite il loro "cordone sanitario". Un cuscinetto di liquidità, per fronteggiare ogni evenienza sul fronte del credito. Alla fine del primo trimestre 2011, secondo S&P's, le 500 più grandi aziende americane avevano ben 963 miliardi di cash pronto-uso, contro gli 837 miliardi di un anno prima.

Un dato, in crescita, confermato nel secondo quarter. La Apple, per esempio, da sola ha accumulato ben 76,2 miliardi in liquidità: una somma che supera il Pil di intere singole nazioni. Per non parlare, poi, di General Electric: il colosso statunitense ha raggiunto l'astronomica cifra di 91 miliardi di cash. Un valore incredibile, ma che trova la sua giustificazione nelle parole di Keith Sherin: «La nostra migliore protezione contro future difficoltà - dice il direttore finanziario - è di avere molta liquidità».
Pure troppa, verrebbe da commentare. Ma i (giusti) dubbi su una gestione finanziaria non così efficiente, sono fugati dall'umore del mercato. In quest'età dell'incertezza delle Borse, e delle economie, la cassa è un appeal non da poco. Anzi, quasi essenziale. Non c'è investitore che, nell'immancabile identikit del titolo salva-risparmio, non inserisca la voce: liquidità.

Poco importa che per esempio, riducendo troppo il capitale a debito, il gruppo non possa sfruttare le detrazione degli interessi passivi. O che, mantenendo tutta questa cassa in tasca, non vengano fatti i possibili investimenti per la crescita industriale.
Di fronte al possibile Armaggedon, meglio affidarsi a chi è più liquido. Così, non stupisce che fin qui (i crolli sono sempre dietro l'angolo) Wall Street sia riuscita a mantenere la barra più al centro di molte altre Borse, comprese le europee. Certo, nel Vecchio Continente ha pesato il debito sovrano. E, certo, il tema della cambiale pubblica ora potrebbe coinvolgere direttamente i listini a stelle e strisce.

Tuttavia non è un caso che, come ricordano i dati di R&S Mediobanca, a fine 2010 il rapporto tra cash e il totale degli attivi delle principali aziende industriali europee fosse fermo al 9,4 per cento; mentre, sull'altra sponda dell'Atlantico, lo stesso rapporto era al 12,3 per cento. Evidentemente, la migliore solvibilità delle imprese statunitensi è stata premiata dagli operatori.
Una situazione che induce una duplice riflessione: da un lato, gli attori industriali europei devono perseguire nella strada dell'efficienza di gestione e di contenimento dei costi; dall'altro le banche, viste anche le più ridotte dimensioni (soprattutto nel nostro paese) delle imprese, devono continuare nell'agevolazione dell'accesso al credito. Altrimenti, è forte il rischio che i "cuscini" di cassa in stile americano rimangano un sogno di mezza estate.

Già, un sogno. A ben vedere, comunque, c'è anche chi obietta che non bisogna eccedere in liquidità. Cioè, l'eccesso di cash negli Usa è l'altra faccia (negativa) della medaglia: non solo una difesa, bensì la conferma che le imprese non si fidano. Non vedono rosa sul futuro della congiuntura e stanno ferme. Immobilizzano la crescita. Ma si sa: il 3 agosto è uno snodo fondamentale. Alle volte meglio riposare tra guanciali "tranquilli" pieni di...cash.

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