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Questo articolo è stato pubblicato il 28 luglio 2011 alle ore 06:37.

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«La mutazione genetica che è avvenuta in questi anni ha fatto degli Etf prodotti complessi e con influenze potenziali sulla stabilità dei mercati tali da imporre un deciso innalzamento degli standard di trasparenza e da consigliarne, in alcuni casi, perfino il divieto al collocamento presso la platea degli investitori al dettaglio». Il commissario della Consob Vittorio Conti ha guidato in questi mesi l'operational working group dell'Esma - il regulator europeo dei mercati – che ha analizzato in profondità il mercato dei Exchange Traded Funds (Etf). Nasce da questa iniziativa il documento con il quale venerdì scorso l'Esma ha avanzato 45 proposte regolamentari per contenere i potenziali pericoli di quella sorta di fondi di investimento passivi nati per replicare fedelmente l'andamento di un indice (su azioni, obbligazioni o materie prime) e che è possibile comprare in Borsa come un'azione qualsiasi.
Quello degli Etf è un mercato che a fine 2010 valeva nel mondo 1.310 miliardi di dollari (oltre 300 soltanto in Europa), molto profittevole per gli intermediari. Viene da lì, ad esempio, il balzo del 43% dei profitti di BlackRock comunicato nei giorni scorsi con l'ultima trimestrale. I risparmiatori li comprano a piene mani perché, rispetto ai fondi d'investimento tradizionali, i loro costi sono molto più contenuti.
Perché allarmano i regolatori? «Come per altri prodotti finanziari nel loro cammino hanno cambiato natura. Quando sono nati, all'inizio degli anni Novanta, erano strutture molto semplici che replicavano gli indici limitandosi ad acquistarne i componenti». Tutto ciò aveva però degli inconvenienti, i costi di transazione, relativi al bilanciamento degli indici, e il rischio di tracking error cioè di un non perfetto allineamento delle performance.
In un primo tempo i gestori hanno puntato a una semplificazione dei loro portafogli, concentrando i loro investimenti nei titoli più rappresentativi degli indici. Poi l'innovazione finanziaria ha suggerito loro scelte più radicali. Soprattutto quella di una copertura "sintetica" del rendimento dell'indice attraverso un swap sottoscritto con un intermediario finanziario che si impegna a retrocedere all'Etf l'esatta performance dell'indice. O meglio, il controvalore monetario rispetto all'andamento di un basket di titoli costituito con i soldi di chi investe in Etf.
«Lì dentro ci può essere di tutto, azioni componenti dell'indice o anche altri strumenti finanziari. Con prodotti derivati come i total return swap a garanzia dei quali vengono apposti dei collaterali. E poichè controparti di queste operazioni sono spesso società che fanno parte dello stesso gruppo finanziario aumenta la magnitudo dei rischi connaturati all'opacità di quei portafogli e dei potenziali conflitti di interesse».
«Finora gli Etf, al pari degli altri fondi d'investimento, erano trattati nella regolamentazione come prodotti semplici e liquidi. Potevano essere collocati dagli intermediari al pari degli altri fondi armonizzati. È chiaro che non potranno più godere di questa condizione di favore. Nelle loro versioni più spinte pongono problemi nuovi. Rischi di mercato, controparte, emittente e di liquidità si generano lungo tutta la catena del prodotto. Con essi crescono le complessità di misurazione e le potenziali implicazioni sitemiche».
Che accadrebbe, ad esempio, se i risparmiatori disinvestissero in massa e, a fronteggiare le loro richieste, non vi fossero azioni liquide ma strumenti non quotati o la controparte dello swap non onorasse il contratto? Come è accaduto per i mutui subprime il contagio potrebbe estendersi rapidamente.
Ecco allora che le autorità sono alle prese con due tipi di problemi. «Le proposte del l'Esma vanno innanzitutto in direzione di una maggiore tutela degli investitori retail aumentando i requisiti di trasparenza. Al contempo i security regulator per evitare vendite non appropriate e per intercettare per tempo potenziali implicazioni sistemiche».
L'articolo 9 del regolamento dell'authority le consente anche di proibire la circolazione di strumenti finanziari se possono mettere a repentaglio la stabilità dei mercati. Sono poteri che, qualora se ne presentasse la necessità, potrebbero essere attivati. «Non si tratta di bloccare l'innovazione finanziaria - conclude Conti – ma di prevenire gli eccessi che negli anni passati hanno trasformato la finanza da mezzo a fine».
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