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Questo articolo è stato pubblicato il 31 luglio 2011 alle ore 08:13.

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Se n'è andato un pezzo del giornalismo, di quello "vecchio stampo", testimonianza, curiosità, professionalità, attenzione al dettaglio, rigore, cultura, e soprattutto passione. Con Giuseppe D'Avanzo se n'è andato tutto questo, e resta un vuoto, incolmabile per gli amici e i colleghi di Peppe, per i suoi milioni di lettori, per il giornalismo.
Raccontava, Peppe, mettendo in ordine i fatti, prima regola di un vero cronista, qual era stato da giovanissimo, quando cominciò a scrivere sulle colonne di Paese sera. Cronista era rimasto anche dopo, Peppe, sempre con il gusto di esserci, là dove i fatti accadevano. Respirare i fatti, diventarne testimone era un imperativo quasi categorico prima di sedersi a scrivere. Non riusciva a farne a meno. Che fosse un'inchiesta o un editoriale, non aveva importanza. Che si trattasse di mafia, di politica, di intrighi internazionali, era da lì che bisognava cominciare. Dall'ancoraggio ai fatti. E da lì, con scrupolo certosino, si addentrava nei dettagli, anche quelli apparentemente più insignificanti, ma così spesso determinanti per comprendere la complessità di quanto era chiamato a raccontare.
E poi il bisogno continuo di documentarsi, con pignoleria. E di confrontarsi, con gli interlocuotori più diversi, anche a costo di sbattere contro "verità" scomode, mai nascoste. Non c'erano reticenze nei suoi pezzi. Ma rigore e finezza intellettuale. E una grande, forse unica, capacità di narrare, di rendere intelligibile la complessità degli eventi. Il tutto condito da una vera passione civile, ingrediente indispensabile per chi ha scelto di fare il giornalista, mai compiacente, meno che mai prono. Semmai, scomodo.
Cinquantotto anni, napoletano, Peppe non si tirava mai indietro. Ha dato molto. Ci ha dato molto. Dal Nigergate al rapimento di Abu Omar, dal caso delle escort legate a Giampaolo Tarantini al caso Ruby, sulle pagine di Repubblica ha saputo fotografare la realtà e, soprattutto, ha saputo raccontarla, svelando i meccanismi e gli orrori dei poteri insofferenti alla democrazia. Lo ha sempre fatto nel rispetto dei lettori, e i lettori sapevano che per "capire" dovevano cercare la sua firma. Se il giornalismo ha - come dovrebbe avere - una funzione sociale, Peppe ne è stato l'esempio migliore. Per noi, che questo lavoro siamo chiamati a fare, è sempre stato un punto di riferimento. Insostituibile.
Ci mancherai, Peppe. Fatichiamo a credere che sia così. Ma è un fatto anche questo. E dobbiamo raccontarlo, seppure con dolore. Le tue riflessioni, i tuoi sms, le tue provocazioni, la tua voglia di discutere insieme, ci mancheranno. Dietro i tuoi baffi neri nascondevi sorrisi sornioni, ma non l'indignazione e la voglia di stare in campo, come il più giovane dei cronisti animato dall'entusiasmo di una professione sempre più difficile, eppure bella, come tu ci hai insegnato.
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FIRMA DI PUNTA

Giuseppe D'Avanzo
Firma di primo piano del quotidiano La Repubblica, Giuseppe D'Avanzo aveva 58 anni. La sua morte è stata improvvisa, in seguito a un infarto mentre era in bicicletta. Nato a Napoli nel 1953, laureato in filosofia, dopo aver lavorato al Corriere della Sera, nel 2000 D'Avanzo è approdato a La Repubblica, diventandone una delle firme di spicco. Ha firmato una serie di scoop investigativi nei quali la cronaca nera si è incrociata con la politica, soprattutto estera e militare: i casi Nigergate, Telekom Serbia e Abu Omar su tutti. A lui si devono anche le famose «10 domande al premier» pubblicate quotidianamente da La Repubblica in seguito al caso Noemi Letizia. Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha espresso la sua partecipazione al cordoglio della famiglia e del mondo dell'informazione.

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