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Questo articolo è stato pubblicato il 31 luglio 2011 alle ore 08:11.

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di Alessandro Merli Dopo esser rimasti quasi del tutto indifferenti alla possibilità di un mancato accordo in Congresso sul debito federale Usa, i mercati finanziari hanno cominciato a dare la settimana scorsa segnali d'inquietudine, tanto che Wall Street ha chiuso la peggior settimana da un anno a questa parte. La riunione fra il Tesoro americano e la Fed per predisporre misure di emergenza in caso di fallimento dei negoziati sottolinea come le autorità prendano seriamente questa ipotesi.
Sullo sfondo, ma come scenario che la maggior parte degli investitori continua a ritenere poco probabile, c'è la possibilità, per quanto remota, di un default degli Usa. Un evento che avrebbe conseguenze catastrofiche per i mercati e conseguentemente per l'economia. Come ha detto il presidente della Banca mondiale, Robert Zoellick, il resto del mondo è esterrefatto che si siano potuti spingere fino a questo punto. E il resto del mondo rischia di essere coinvolto nelle conseguenze dell'incapacità decisionale dei politici Usa. Come ha ammesso lo stesso presidente Obama, è la politica Usa che non merita la tripla A. La possibilità di un default comunque viene in genere scartata, anche perché i precedenti, del 1995-96, mostrano che nel caso di un mancato innalzamento del tetto del debito, il Tesoro sceglierebbe comunque di continuare a pagare gli interessi sul debito, finché non venga normalizzata la situazione. Molto più probabile invece che gli Usa incorrano in un declassamento da parte delle agenzie di rating: in breve tempo.
I riflettori tornano quindi sulle agenzie di rating e sul loro ruolo. Il downgrading Usa sarebbe clamoroso, dato che si tratta del debitore considerato sicuro "per eccellenza", ma nient'affatto un caso unico. Dei 34 Paesi che il Fondo monetario classifica come avanzati, solo 16 hanno la tripla A: alcuni, come Spagna e Irlanda, l'hanno persa due anni fa, il Giappone, il Paese più indebitato del mondo, nel 2001.
Lo stillicidio degli annunci di revisione e poi il declassamento vero e proprio, moltiplicato per tre come il numero delle principali agenzie, è stato un fattore pesantemente destabilizzante dei mercati, soprattutto nella crisi del debito sovrano europeo degli ultimi due anni e mezzo. Ma è anche l'inevitabile conseguenza di un brusco deterioramento delle finanze pubbliche di quasi tutti i Paesi avanzati dalla crisi finanziaria globale in poi. E questa, con la recessione che ne è seguita, è stato il fattore principale del peggioramento dei conti. Anche una volta risolta l'impasse sul tetto al debito federale, sarà importante, dice Julian Jessop, economista di Capital Economics, non perdere di vista i problemi di bilancio che sono stati la causa prima della crisi.
Il timing, e spesso il merito, degli interventi delle agenzie di rating sono certamente discutibili: in Europa hanno provocato spesso reazioni aspre e in qualche caso giustificate. È difficile però sostenere che, nel caso Usa, le agenzie siano lontane dalle valutazioni delle organizzazioni internazionali e di molti economisti indipendenti quando chiedono agli Usa, per evitare un declassamento del debito, di mettere in piedi un piano di riduzione del deficit di 4mila miliardi di dollari, un obiettivo che appare ormai irraggiungibile nel negoziato attuale.
A questo punto, i mercati hanno smesso di chiedersi se gli Usa subiranno un downgrading e cominciato a interrogarsi sulle sue possibili conseguenze. L'epicentro sarà ovviamente il mercato dei Treasuries, dove per ora nessuno sembra aspettarsi un collasso. I rendimenti a breve hanno subito un rialzo contenuto, quelli a lunga sono addirittura scesi. Solo se i Treasuries fossero travolti dalle vendite (ma anche con una doppia A sarebbero utilizzabili dai money market funds, nei pronti contro termine e manterrebbero un peso zero in base alle regole di Basilea), saremmo di fronte a uno scenario dalle ripercussioni gravissime e imprevedibili. L'altro fronte è quello del dollaro: qui il downgrading potrebbe pesare, ma gli operatori si chiedono quali siano le alternative, franco svizzero a parte.
Quanto alle agenzie di rating, il modo in cui fanno il proprio mestiere è giustamente messo in discussione: quello della loro riforma è però anche il capitolo più in ritardo nel piano di revisione delle regole della finanza internazionale. Oltre che prendersela con le "tre sorelle" dei rating, allora, le autorità faranno bene anche a guardarsi allo specchio.
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