
Gli italiani hanno pagato talebani e signori della guerra afghani fino all'inizio del 2009 per limitare o scongiurare gli attacchi al nostro contingente. Lo rivelano alcuni documenti della diplomazia statunitense resi noti da Wikileaks e ripresi dal settimanale L'Espresso.
Un comportamento che ha irritato gli alleati europei e statunitensi al punto da inserire l'argomento nell'agenda degli incontri ufficiali tra il presidente George Bush e il premier Silvio Berlusconi anche se pare evidente che la pratica di pagare tangenti ai capi banda afghani nei settori di Kabul e Herat, dove operavano le truppe italiane, ha riguardato anche il periodo 2006-2008 del governo Prodi.
I rapporti tra Washington e Roma durante il governo dell'Unione conobbero momenti di tensione (come quando Roma ritirò le truppe dall'Iraq) e gli Stati Uniti concentrarono le pressioni sull'esecutivo Berlusconi considerato amico degli Usa.
Lo dimostra il fatto che nel primo dei file WikiLeaks di aprile 2008, alla vigilia delle elezioni, l'ambasciatore Usa, Ronald Spogli, scrisse in un cable che in Afghanistan ''sia Berlusconi che Veltroni saranno riluttanti ad esporre i soldati italiani a rischi più grandi: Faremo pressioni perché le truppe assumano un atteggiamento più attivo contro gli insorti e daremo un forte segnale, opponendoci all'abitudine del passato di pagare per ottenere protezione''.
Il 6 giugno, appena insediatosi il governo di centro-destra Spogli incontra il presidente del Consiglio e Gianni Letta per definire l'agenda dei colloqui con il presidente Bush. "L'ambasciatore ha detto a Berlusconi che continuiamo a ricevere fastidiosi resoconti sugli italiani che pagano i signori della guerra locali e altri combattenti. Berlusconi si è detto d'accordo che ciò vada fermato". In seguito della questione si occuparono quattro dossier statunitensi. Nell'ottobre 2008 Spogli parla di "reputazione negativa degli italiani che evitano i combattimenti, pagano riscatti e denaro per ottenere protezione" anche se ammise che si trattava di una valutazione "basata in parte su voci, in parte su informazioni dell'intelligence che non siamo stati capaci di verificare completamente".
A chiudere la tangentopoli Afghana avrebbe provveduto il governo Berlusconi, sotto la spinta delle pressioni statunitensi, nella primavera del 2009 con l'arrivo dei parà della Folgore in Afghanistan protagonisti di una campagna offensiva sena precedenti per le truppe italiane. Offensive e cessazione dei versamenti in denaro che secondo L'Espresso potrebbero essere la causa del tremendo attentato che il 17 settembre 2009 uccise sei paracadutisti a Kabul, forse una rappresaglia per punire gli italiani che, in procinto di lasciare il settore militare della capitale, avevano smesso di pagare tangenti agli insorti.
A confermare la fine dei pagamenti, gestiti dagli uomini del Sismi in Afghanistan, vi sarebbe anche l'aumento delle perdite italiane particolarmente significativo negli ultimi tre anni. Una valutazione che però non tiene conto dell'aumento generalizzato delle perdite alleate in tutto l'Afghanistan e del contemporaneo incremento delle attività degli insorti nell'Ovest afghano.
Non è la prima volta che emergono simili accuse agli italiani. Nell'ottobre 2009 il Times accusò l'Italia di aver pagato tangenti italiane ai talebani per "decine di migliaia di dollari" riportando dichiarazioni di anonimi funzionari afgani e presunti comandanti talebani che accusavano i nostri servizi segreti di aver pagato tangenti ai miliziani afghani.
Alle tangenti italiane venne attribuita la disfatta subita dai francesi nella valle dell'Uzbin (10 caduti e 21 feriti in un'imboscata talebana nell'agosto 2008). Le truppe di Parigi, che avvicendarono gli italiani in quel settore a est di Kabul, non sarebbero state informate dei pagamenti esponendosi alle rappresaglie talebane.
Il quotidiano londinese citò ad esempio il capo talebano Mohammed Ishmayel, secondo il quale l'accordo siglato tra i servizi segreti italiani e la guerriglia locale prevedeva che "nessuno delle due parti avrebbe attaccato l'altra". Ma quel capo talebano risultava uno sconosciuto e in ogni caso la guerriglia locale aveva impegnato più volte battaglia contro il nostro contingente. Una fonte governativa afgana anonima citata dal giornale britannico riferì di soldi pagati dagli italiani nel settore di Herat al leader talebano Ghulam Yaya Akhbari, responsabile però di una dozzina di attacchi e attentati contro le truppe italiane e alleate nell'ovest e poi ucciso dalle forze speciali italiane.
Dettagli ch non escludono vi siano stati pagamenti a informatori, doppiogiochisti e forse anche a comandanti nemici. Operazione che i servizi segreti compiono tradizionalmente nelle operazioni contro-insurrezionali e che in Afghanistan hanno coinvolto molti dei contingenti militari più importanti inclusi gli anglo-americani.
La stessa fonte governativa citata dal Times due anni or sono affermava che anche i militari canadesi a Kandahar pagavano i talebani "per non essere attaccati". Un inutile spreco di denaro a quanto pare considerato che le truppe di Ottawa hanno da pochi giorni lasciato l'Afghanistan dopo aver registrato ben 154 caduti, cioè le perdite più elevate di tutti gli alleati in relazione al numero di soldati schierati.
Nell'infuocata provincia di Helmand i britannici riuscirono a conquistare il distretto di Musa Qala solo corrompendo il leader talebano locale, il mullah Abdul Salaam, poi nominato dagli inglesi governatore del distretto nonostante le proteste del governo afgano. L'intelligence britannico, con un'operazione degna più di Fantozzi che di James Bond, versò per molti mesi montagne di dollari a un certo Naqib senza accorgersi che si trattava di un miliziano di basso rango e non dell'omonimo comandante talebano. Non a caso nel 2008 il presidente Hamid Karzai espulse dall'Afghanistan due funzionari britannici che giravano in lungo e in largo la provincia di Helmand con valigette di denaro per comprare la non belligeranza dei capi jihadisti locali all'insaputa delle autorità di Kabul.
Le mazzette più cospicue i talebani le hanno però incassate dagli statunitensi. Gli ignari contribuenti americani hanno infatti versato ai jihadisti parte degli 2 miliardi di dollari degli appalti per il trasporto di merci e rifornimenti alle basi militari.
Dopo un anno di indagini una Commissione militare ha trovato "prove credibili e documentate" che i fondi pagati a fornitori locali finiscono, attraverso un giro di sub-appalti, agli insorti che incassano anche mazzette dai trasportatori per non attaccare i convogli con i rifornimenti che dal Pakistan entrano in Afghanistan coinvolgendo ogni settimana circa 4 mila autocarri civili.
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