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Questo articolo è stato pubblicato il 01 settembre 2011 alle ore 07:59.
L'ultima modifica è del 01 settembre 2011 alle ore 07:37.

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L'Europa ci lancia un appello a fare di più per la crescita. Un suggerimento tanto ripetuto in queste settimane da tante parti (Sole 24 Ore compreso) da sembrare adesso, con la manovra in balìa dei marosi parlamentari, financo ingenuo. O candidamente fuori tempo.

Purtroppo il commissario Olli Rehn ha ragione, perchè l'Italia non ha fatto nulla di ciò che avrebbe dovuto e potuto fare da tempo, fin dai giorni della manovra ectoplasma del "tutto-va-bene".
Lo sviluppo è la parte oscura dei fraseggi contabili elaborati prima al ministero dell'Economia, poi a Palazzo Chigi, poi ad Arcore e ancora al ministero dell'Economia con la significativa assenza del titolare del dicastero. Né emerge dal muro contro muro tra maggioranza e opposizione: proprio alle opposizioni è richiesto in questo frangente drammatico per il Paese uno sforzo supplementare di creatività e collaborazione.

La manovra sembra ora una partitura pasticciata e sofferta ma non produce note sublimi (come accade invece per certe pagine, ad esempio, di Beethoven, pur piene di cancellature): finora soltanto una stecca sul fisco, con la supertassa di solidarietà forzata, e un'altra sulle pensioni, con la gaffe sullo scomputo del riscatto del periodo di laurea e del servizio militare.
Un va-e-vieni di idee e di traduzioni normative che, risultando contraddittorie e improvvisate, mettono a rischio la credibilità della Repubblica italiana, proprio nel momento in cui l'Europa (dalla Ue alla Bce) ci chiede, oltre a uno sforzo sull'abbattimento del debito, anche il raggiungimento del deficit zero nel 2013. Tanto più che i mercati aspettano solo di valutare il Paese-Italia un minuto dopo che la Bce avrà smesso di acquistare i nostri titoli di Stato tenendone bassi i rendimenti grazie a massicci interventi finanziati con fondi europei.

Se, dunque, la strategia del rigore è risultata ondivaga e priva di coraggio, perchè non ha impostato un intervento incisivo sul versante delle tasse e non ha prediposto misure di lunga gittata sul versante del welfare, quella dello sviluppo è stata proprio depennata dai fogli di appunti, dai pour parler, dalle bozze di emendamento.
Persa ogni traccia. Nemmeno quella flebile inserita nel decreto d'inizio estate, battezzato appunto "Dl sviluppo": quel poco che figurava di finanziamento alla ricerca aspetta ancora i decreti attuativi ed è, quindi, lettera morta. Le liberalizzazioni sono ferme agli slogan e alla rivisitazione delle regole per le gare in house. Interi settori privi di concorrenza continueranno a restare immuni dal diritto di scelta dei consumatori.

Per puntare sulla crescita occorre avere visione di cosa sarà il Paese tra qualche anno. Quella visione oggi non c'è: per singolare coincidenza della storia il 20 agosto del 1961 l'Italia celebrava i 100 anni dell'Unità: a Torino il clou della manifestazione, la città scopriva, oltre a edifici dall'architettura avveniristica e ipermoderna, anche un prototipo di treno monorotaia, l'Italia guardava oltre confine a lanciava i modelli di autobus a due piani. Erano gli anni del boom, delle Lambrette, del piano casa (quello vero), dei grandi investimenti in infrastrutture, autostrade in testa.
Oggi l'Italia celebra i suoi 150 anni con l'occhio all'indietro, senza energia, senza sogni, senza traguardi visionari ai limiti del fiabesco (a Torino nel '61 c'era anche il Circarama Disney, lo schermo a 360 gradi che tanto furore riscuote tuttora al Walt Disney World in Florida), traguardi eppure concreti e ancorati al potenziale tecnologico di un Paese che investiva e credeva nel futuro.

In questo avvilente stop and go di misure e contromisure è rimasta solo una suggestione, ad esempio, la proposta di una tassazione di favore per le aziende che reinvestono gli utili; non c'è nulla per i piani della ricerca scientifica, per creare un miglior collegamento tra Università e mondo dell'industria; non c'è nemmeno il finanziamento minimo per diffondere nel paese, in tutto il paese – senza quel digital divide che oggi lo rende enormemente diseguale – la banda larga, infrastruttura minima per organizzare ulteriori passi di sviluppo moderno.
Nulla. Nel frattempo, mai come in questi frangenti, il tempo è denaro: e il tempo perso sono fondi in più per raggiungere il pareggio di bilancio. Il contesto esterno non aiuta: la Germania rallenta, gli Usa rallentano, la Francia rallenta. Se resta solo una manovra depressiva con l'ossessione ai conti, l'Italia affonderà.

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