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Questo articolo è stato pubblicato il 04 settembre 2011 alle ore 13:27.
L'ultima modifica è del 04 settembre 2011 alle ore 08:10.

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Nemmeno un manuale potrebbe spiegare con la chiarezza delle vicende di questi giorni che cosa tocca a noi e che cosa possiamo aspettarci dall'ombrello dell'Europa per mettere in sicurezza il nostro debito pubblico. Lo spread sui nostri titoli venerdì è tornato a crescere.

Possiamo scaricarne la colpa sull'Europa, che ancora non ci ha dato l'eurobond, oppure c'è dell'altro di cui è bene occuparsi, proprio perché l'eurobond diventi alla fine possibile e i patemi di queste settimane non si ripetano più?
Proviamo allora a ricapitolare i termini della questione, avvalendoci anche delle voci che proprio da ultimo si sono espresse, allargando il dibattito e dandogli così il respiro e la ponderazione necessari. Lo hanno fatto tra gli altri Jean Pisani-Ferry e Renato Brunetta su questo giornale (l'uno il 27 agosto, l'altro ieri, 3 settembre), lo ha fatto Franco Bassanini su «Il Foglio» (il 2 settembre) e lo ha fatto Stefano Micossi in uscita su lavoce.info e voxEU on line.

I benefici dell'eurobond rispetto agli strumenti oggi utilizzati per mantenere a livelli ragionevoli gli interessi richiesti dal mercato sui debiti sovrani della zona euro sono fuori discussione. Le proposte che lo prevedono hanno tutte un elemento in comune, la garanzia su di esso di tutti e di ciascuno degli Stati membri, e ciò ha un duplice significato, finanziario e politico. In termini finanziari i mercati sono messi di fronte non al solo ( e debole) Stato debitore, ma a tutta l'eurozona e proprio per questo il livello di rischio che affrontano non è tale da esigere remunerazioni da capogiro. Gli interessi si abbassano e lo Stato debitore (perché rimane ovviamente ad esso l'onere del pagamento) non rischia di diventare insolvibile a causa degli interessi che si cumulano a suo carico. In termini politici, si arriva così al suggello della moneta unica, che ha bisogno di uno scudo comune davanti ai mercati, ai quali non può essere consentito di colpire ad uno ad uno gli Stati che l'hanno adottata.

Le riserve che l'eurobond sta oggi incontrando investono proprio questo suo duplice, ed essenziale, profilo. I Paesi in migliori condizioni – quelli della tripla A – sono riluttanti a mettere a disposizione dei più indebitati lo scudo comune e quindi la garanzia dei propri contribuenti. La loro preferenza va perciò a strumenti che o non li impegnano direttamente, o li impegnano per somme limitate. Di qui la famosa "Facility" EFSF, che dovrebbe entrare in funzione fra breve e alla quale ciascuno degli Stati membri contribuirà per una quota definita (e non oltre). Di qui gli acquisti sul mercato secondario che, in attesa dell'EFSF, fa oggi la Banca Centrale europea.

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