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Questo articolo è stato pubblicato il 15 settembre 2011 alle ore 07:27.
L'ultima modifica è del 15 settembre 2011 alle ore 06:36.

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Esattamente dieci anni or sono, con l'ausilio determinante di Marco Biagi, il Governo presentò il Libro bianco sul mercato del lavoro segnalando l'anomalia di un Paese nel quale i livelli occupazionali si erano rivelati particolarmente contenuti in relazione alla crescita economica per una cronica diffidenza da parte dell'impresa nei confronti del fattore lavoro.

Questo infatti era stato via via viziato da un sovraccarico ideologico, burocratico, giudiziario con la conseguenza di una diffusa propensione al conflitto individuale e collettivo. Il compromesso tra le rappresentanze dell'impresa e quelle prevalenti del mondo del lavoro si era definito in una rigida e uniforme regolazione centralizzata attraverso leggi e contratti collettivi. Lo stesso contesto istituzionale si caratterizzava per il rigido collo di bottiglia del monopolio pubblico del collocamento, solo ora del tutto liberalizzato. Di tutto ciò erano conseguenza, oltre i già detti bassi tassi di occupazione, l'abnorme dimensione del lavoro sommerso, l'eccessivo ricorso alle tecnologie di processo a risparmio di lavoro, il nanismo produttivo e la combinazione infelice di bassi salari, bassa produttività, elevato costo del lavoro per unità di prodotto. Contestato da una minoranza, quel Libro bianco fu invece accolto positivamente da tutti gli altri attori sociali con i quali si avviò una stagione di riforme legislative e di cambiamenti nelle relazioni industriali che, pur segnata da conflitti e dallo stesso omicidio di Biagi, consentì un drastico innalzamento dei tassi di occupazione fino al recente periodo della grande crisi.

I nuovi paradigmi della crescita e dell'occupazione, indotti dal cambiamento epocale, rendono ancor più urgente oggi l'esigenza di accelerare il percorso riformatore. L'Italia ha bisogno di impiegare compiutamente il proprio capitale umano, a partire dai più giovani, di alzare la produttività e la remunerazione del lavoro, di incoraggiare l'innovazione tecnologica e organizzativa dell'impresa. Il definitivo abbandono del pregiudizio ideologico sul lavoro coincide inesorabilmente con l'ancor più rapido passaggio ad un regime regolatorio semplice, flessibile, adatto alle diverse condizioni di luogo, di impresa, di lavoro, dalle aree depresse, ai settori saturi, alle aziende in crisi, ai rapporti precari, fino ai loro opposti. Uniformi devono rimanere i diritti fondamentali nel lavoro, codificati in primo luogo nella dimensione internazionale e comunitaria, così come quei minimi retributivi che in Italia regola la contrattazione in luogo della legge.

E, al netto di ciò, è manifestamente infondato il richiamo alla Carta costituzionale di quanti ancora vorrebbero rigide uniformità dimenticando quel basico principio per cui condizioni diverse meritano soluzioni diverse. Peraltro, la recente norma sulla contrattazione di prossimità, coerentemente con la tradizione italiana, recepisce e sostiene quelle nuove relazioni industriali che nelle aziende e nei territori si sono prodotte negli ultimi anni in termini "adattivi" e non più unilateralmente "acquisitivi". La nuova dimensione competitiva ha infatti dato luogo a contratti aziendali attraverso i quali le parti si sono reciprocamente adattate per obiettivi comuni in termini di investimenti, pieno impiego degli impianti, occupazione, incrementi retributivi.

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