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Questo articolo è stato pubblicato il 04 ottobre 2011 alle ore 08:08.
L'ultima modifica è del 04 ottobre 2011 alle ore 06:42.

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Sergio Marchionne è come un immunologo contagiato dal virus per il quale sta studiando il vaccino. La scelta di portare il Gruppo Fiat Chrysler fuori dalla Confindustria ha inevitabilmente il sapore di una decisione "politica".

Una di quelle scelte che avevano fatto dire al leader del Lingotto – quando agli inizi della sua carriera italiana guardava ai problemi nazionali con occhi da apprezzatissimo outsider – che l'Italia era malata di commistioni, di contaminazioni del tutto avulse dai temi strategici di chi deve competere nel mondo e fare i conti con la globalizzazione, per di più in un mercato difficilissimo come quello dell'automotive.

Ancora ieri Marchionne ha detto che dagli atti "politici" rifugge ma ora, gridare al disconoscimento dell'articolo 8 della Manovra per subordinarvi l'uscita dalla principale organizzazione delle imprese industriali, non è credibile se non come atto politico. La parte dell'articolo 8 che garantisce la validità erga omnes retroattiva e la piena legittimità giuridica delle deroghe aziendali ai contratti nazionali, vero cuore strategico della battaglia Fiat, è intatta. Anzi, rafforzata da un accordo interconfederale che dà a questa parte ulteriore vigore negoziale: anche la Cgil, nonostante i no della Fiom, da sempre preoccupata di avallare la sconfitta della propria linea sindacale contraria alle deroghe, ha sottoscritto la validità dell'intesa interconfederale.

Cgil, Cisl e Uil e Confindustria hanno trovato un'intesa per lasciare alle parti la scelta di applicare le deroghe sul tema dei licenziamenti e dell'articolo 18, tema tuttavia da risolvere, una volta per tutte, perché al mercato del lavoro italiano serve una flessibilità in uscita, se non lo si vuole mantenere sbilanciato solo sulla precarietà dei giovani che vi fanno ingresso. Se Marchionne intende farsi paladino di una nuova battaglia culturale per superare i tabù del mercato del lavoro, Il Sole 24 Ore non farà mancare il suo appoggio.

È evidente che in Italia esiste uno strapotere sindacale da sempre, rafforzato dalla politica della concertazione durante la quale, però, il Paese ha chiesto alle parti sociali di compiere una preziosa azione di supplenza per una politica devastata da Tangentopoli e ridotta ai minimi quanto a credibilità e legittimità.

Tuttavia appare difficile immaginare di smantellare questo sistema di governance degli interessi sociali con un tratto di penna sugli accordi o con una sbianchettatura delle leggi più "sensibili". Sarebbe difficile in ogni condizione, ma tanto più adesso, in un Paese in perdita di competitività e di reddito, impegnato a gestire nel modo più inclusivo possibile una crisi sociale planetaria, in cui le sofferenze italiane sono un una piccola quota di quelle continentali, a loro volta porzione delle diseguaglianze del pianeta.

Era un buon risultato avere attivato un modello di negoziazione alla tedesca, con la validità delle deroghe riconosciuta per legge – dunque a prova di tribunale – e avere nel contempo ottenuto il consenso anche della parte più massimalista del sindacato. Che resta tuttavia una forza sociale da quasi sei milioni di tessere, da sommare ai molti altri milioni di tessere di Cisl e Uil. Forze sociali, insomma, più forti del più forte partito. Che hanno garantito al Paese, grazie anche alla lungimiranza delle loro controparti, una gestione ancora adesso controllata della crisi sociale.

Viene da dubitare che a Marchionne interessi avere mano libera sull'articolo 18; non risulta una Fiat smaniosa di licenziare addetti. Piuttosto viene da pensare che egli abbia ingaggiato una sfida "definitiva" con la Cgil concepita in un modo da avere solo un vincitore e un vinto. Non sembri esercizio bizantino l'idea, invece, di composizione delle dialettiche sociali che ha portato alle intese ultime: non va dimenticato che si è arrivati a quel risultato grazie a uno strappo forte prodotto proprio da quell'azione di Confindustria che oggi il manager del gruppo italo americano vuole disconoscere. E quelle azioni hanno vincitori e vinti solo di tappa. L'arrivo finale è sempre e comunque una vittoria del Paese e del suo prezioso mondo dei produttori. In questo schema, dunque, la coesione sociale è un valore per la competitività stessa dell'Italia. E se non ci sono "indignados" fuori controllo come altrove, forse non è un caso.

Sarebbe ben assurdo risultato quello di arrivare, tramite una vertenza con l'orizzonte mondo come riferimento, al rilancio degli orgogli di campanile territoriale o di microsettore. Resterebbe l'ultimo tassello di un puzzle impazzito, di un Paese che perde pezzi, in politica innanzitutto, ma non solo. E si disgrega e perde l'idea complessiva di ciò che deve essere come nazione e come comunità di cittadini, oggi e nel futuro.
«Sono momenti in cui la serietà e la coesione del Paese sono estremamente importanti e vanno al di fuori di qualsiasi discorso politico perché sono le cose che aiutano l'Italia a riacquistare credibilità a livello internazionale che poi è la base su cui si costruisce il futuro del Paese». Susanna Camusso? Emma Marcegaglia? No, lo ha detto ieri Sergio Marchionne. Ma viene il dubbio che non sia la stessa persona che ha firmato la lettera di qualche ora fa.

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