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Questo articolo è stato pubblicato il 08 ottobre 2011 alle ore 08:12.

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Il Nobel per la pace negli ultimi anni non porta molta fortuna a chi lo riceve: il cinese Liu Xiaobo fa avanti e indietro dal carcere, l'iraniana Shirin Ebadi vive in esilio all'estero, il presidente Obama passa da una crisi all'altra e teme di non essere rieletto. Quest'anno, scegliendo tre donne, due liberiane e una yemenita, il comitato premia una categoria intera: la metà del mondo che lotta «in maniera non violenta per la sicurezza e la partecipazione delle donne ai processi di pace», questa la motivazione del premio assegnato a Oslo.
Per la verità il Nobel al presidente liberiano, la signora Ellen Johnson Sirleaf, 72 anni, appare un incoraggiamento anche a quei Paesi del cosiddetto primo mondo come il nostro dove non c'è mai stato un presidente o un primo ministro donna. Il suo curriculum di lottatrice sotto la dittatura ma anche di economista, ad Harvard e alla Banca Mondiale, forse farebbe comodo pure a noi. Il Nobel alla Sirleaf ha un significato politico immediato perché arriva a quattro giorni dalle presidenziali: vedremo se questa volta il premio, che ha già scatenato le ire dell'opposizione, sarà un viatico fortunato. Non meno importante è l'altra liberiana prescelta, Leymah Gbowee, 39 anni, leader, insieme a Comfort Freeman, del movimento pacifista femminile.
Forte il contenuto politico del premio alla yemenita Tawakkul Karman, 32 anni, giornalista, tre figli, militante del partito islamico Islah, protagonista della rivolta contro il presidente Abdullah Saleh. È un riconoscimento allo Yemen e alla Primavera araba. Certo resteranno con l'amaro in bocca i ragazzi egiziani di Piazza Tahrir, come Ahmed Maher e Wael Ghonim, e la blogger tunisina della rivoluzione dei gelsomini.
Ma in queste ore il più dimenticato di tutti è Mohammed Bouazizi, il ragazzo di 26 anni che si diede fuoco il 17 dicembre scorso, lo Ian Palach arabo che con il suo sacrificio estremo ha innescato la rivolta. Questo, lo abbiamo capito da un pezzo, non è il tempo di eroi autentici ma di personaggi ben temperati alle luci della ribalta dai media e dal web. Forse se avesse avuto un blog dove sfogare la sua frustrazione Bouazizi sarebbe ancora vivo.
Il Nobel alla Karman consente di fare qualche osservazione sulla Primavera araba. In primo luogo sullo Yemen, che deve trovare ancora una soluzione all'uscita di scena di Abdullah Saleh, ritornato in patria dall'Arabia Saudita senza l'intenzione di voler rinunciare al potere: nel Paese è in corso una guerra civile aggravata dalla presenza di al-Qaida e dai pericoli della disgregazione tribale e regionale. L'assegnazione dei Nobel ha poi sorvolato sulla Siria - in corsa per la letteratura con il poeta Adonis - evitando di toccare un nervo scoperto, con Cina e Russia schierate all'Onu nella difesa del regime di Assad.
La Karman porta comunque in primo piano la lancinante condizione femminile nel mondo arabo-musulmano. Se ci fosse una piazza Tahrir per sole donne o riservata alla minoranze etniche o religiose la Primavera araba non sarebbe mai sbocciata. I diritti delle donne e quelli delle minoranze appaiono sempre in secondo piano, come un accessorio o una concessione ai volonterosi reporter dei media occidentali: eppure il richiamo dei movimenti anti-regime ai principi universali dell'Onu sono sempre presenti, almeno finché l'autocrate di turno è al potere. Poi, quando l'uomo cattivo crolla sotto i colpi delle rivolte, quei principi vengono sepolti come un aspetto collaterale e i nuovi leader fatti accomodare sugli scranni dell'assemblea delle Nazioni Unite, abbastanza larghi per ospitare anche i peggiori governanti.
Alle donne yemenite come a quelle saudite è proibito guidare, viaggiare, stare sole in albergo, dare il nome ai figli, ottenere un passaporto, avere un lavoro, indossare un'abaya di colore diverso dal nero, andare a scuola o all'università senza permesso, aprire un conto in banca. La donna non può mostrare il proprio volto, le è vietato chiedere il divorzio senza pagare e non può avere la custodia dei propri figli. Non può neppure parlare in pubblico: la sua voce è considerata una sorta di profanazione.
Anche se le donne vanno a votare, come è avvenuto in Afghanistan, le cose per loro non cambiano troppo. Abbattere i dittatori è un gran passo avanti ma soltanto il primo per società che le fanno vivere in una sorta di apartheid. Piazza Tahrir non è la piazza della libertà per tutti, almeno come la intendiamo qui in Occidente: ecco perché questo Nobel al femminile, diviso tra Africa e Medio Oriente, è importante, soprattutto se considerato sulla realtà dei fatti e senza la solita retorica.
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I TRE VOLTI DEL NOBEL 2011
Ellen Johnson-Sirleaf
Presidente della Liberia (72 anni) dal 2005, è la prima donna di colore del mondo a ricoprire la carica di capo di Stato

Leymah Gbowee
Avvocato e attivista liberiana (39 anni), organizzatrice del movimento pacifista che favorì la fine della guerra civile nel 2003
Tawakkul Karman
Giornalista e attivista yemenita (32 anni) guida dal 2005 "Donne senza catene", associazione umanitaria da lei creata

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