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Questo articolo è stato pubblicato il 30 ottobre 2011 alle ore 16:47.
La lancetta sulle tariffe minime professionali torna decisamente a pendere dal lato dell'abolizione. Il tema è scritto nero su bianco, in forma ultra-diretta, nel resoconto sull'ultimo vertice di Bruxelles, quello a cui il premier Silvio Berlusconi si è presentato con la lettera faticosamente partorita dopo due giorni di trattative serrate dentro la maggioranza.
«Apprezziamo l'impegno dell'Italia» sul pareggio di bilancio nel 2013 e sulla sua blindatura in Costituzione, scrivono i 27, e aggiungono le «riforme strutturali» che il nostro Paese si impegna a realizzare in tempi brevi per raggiungere l'obiettivo. Tra quelle destinate ad «accrescere la competitività» del Paese spicca, al primo posto dell'elenco, proprio l'abolizione delle tariffe minime professionali.
L'impegno assunto nei giorni scorsi dal nostro Governo a Bruxelles non ha invece guadagnato una posizione di preminenza nel dibattito pubblico post vertice europeo, occupato quasi interamente da licenziamenti e pensioni, e non c'è da stupirsene. Il tasto è dolente, e destinato a suscitare nuove polemiche: le tariffe minime dei professionisti, infatti, erano già state cancellate dal governo Prodi nel 2006, all'interno delle "lenzuolate" realizzate con il decreto Bersani, ma era stato poi proprio il nuovo esecutivo guidato da Berlusconi a tornare indietro, abolendo le previsioni di quel decreto. Oggi, mentre continua ad alzarsi il vento delle elezioni, non è semplice rimettere mano alla questione, decisamente sensibile dal punto di vista elettorale soprattutto per la coalizione di Governo.
Nel consuntivo europeo dell'agenda italiana portata a Bruxelles, torna anche il nodo pensioni, in termini che rendono probabile il riaccendersi della polemica. La nota dei 27, infatti, ricorda «il piano per far crescere l'età del ritiro fino a 67 anni entro il 2026», e la spiegazione ufficiale ha sempre legato l'obiettivo agli effetti delle riforme già introdotte, a partire dall'adeguamento automatico dei requisiti previdenziali all'incremento della speranza di vita. Difficile, però, che l'Europa non conosca le riforme italiane, e che per questa ragione chieda al nostro Governo di «definire entro fine anno il processo per raggiungere questo obiettivo».
Il punto, allora, è che gli interventi già realizzati fanno crescere fino a 67 anni l'età del ritiro per anzianità, sia per gli uomini sia per le donne che nel settore privato saliranno sugli "scalini" introdotti dalla manovra di luglio e accelerati dal decreto-bis di Ferragosto, ma lasciano aperta la strada per il ritiro anticipato di anzianità con 40 anni di contributi o con il raggiungimento di quota 97 (98 per gli autonomi).
La «definizione dei processi» chiesta dall'Europa, allora, non potrà che chiarire questo "non detto", stabilendo se l'uscita di anzianità rimarrà disciplinata dalle norme attuali o salirà sul trampolino destinato a ritardare il pensionamento di chi oggi è al lavoro. Chiarire questo punto non sarà impresa semplice per il Governo, che proprio sul mancato ritocco delle regole per l'anzianità è riuscito a far reggere nei giorni scorsi l'esile equilibrio dell'asse Pdl-Lega, ma l'Europa chiede di farlo «entro la fine dell'anno».
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