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Questo articolo è stato pubblicato il 12 novembre 2011 alle ore 08:13.

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La Grecia rischia di rimanere completamente a secco di petrolio nel giro di pochi mesi. C'è anche questo rischio tra le infinite, drammatiche conseguenze della crisi che ha portato Atene sull'orlo del fallimento. Le banche non si fidano più a concedere lettere di credito alle due società di raffinazione del Paese – la Hellenic Petroleum e la Motor Oil Hellas – e tutti i fornitori di greggio, uno dopo l'altro, hanno cominciato a rifiutare l'invio di carichi. Con una sola eccezione: l'Iran.
Teheran – nel mirino delle istituzioni internazionali per il suo programma di sviluppo di armi nucleari – è ormai abituata a vendere "open credit", cioè sulla base di una promessa di pagamento priva di garanzie bancarie, perché sono ben pochi gli istituti di credito disposti a concedere il servizio, anche in Europa, dove pure le sanzioni contro l'Iran hanno per ora solo limitato e non vietato del tutto le operazioni bancarie col Paese mediorientale.
A incontrare le maggiori difficoltà dev'essere probabilmente la Hellenic Petroleum, che è di proprietà statale, anche se un portavoce della società nega che vi siano state negli ultimi mesi difficoltà negli approvvigionamenti. La Motor Oil Hellas fa invece capo a una holding controllata dal miliardario Vardis Vardinoyannis. Di questi tempi, tuttavia, è ben possibile che anche un'azienda privata in Grecia incontri difficoltà nell'ottenere credito.
«Fino a qualche mese fa la Hellenic acquistava parecchio petrolio russo via tender – racconta al Sole 24 Ore un trader di una grande società internazionale – C'erano almeno tre carichi russi al mese diretti in Grecia. In più compravano greggi libici, azeri e kazakhi. Poi hanno smesso completamente. Ormai comprano quasi esclusivamente greggio iraniano, che tra l'altro non è il più adatto alle loro esigenze: Hellenica ha bisogno anche di un po' di greggi leggeri e paraffinici, per il settore petrolchimico, ma Teheran non ne produce. In prospettiva potrebbe diventare un problema serio».
All'orizzonte, tuttavia, si profilano rischi ancora più gravi: la Grecia – che è priva di risorse petrolifere sul suo territorio, né possiede grandi compagnie che producano greggio all'estero – potrebbe non riuscire più ad ottenere rifornimenti nemmeno dall'Iran.
«Un carico di petrolio oggi come oggi costa circa 100 milioni di dollari e lo standard nel settore è che i pagamenti avvengano a trenta giorni – osserva il trader – Con il loro ritmo di acquisti, i greci tra un paio di mesi avranno un conto in sospeso con l'Iran di un miliardo di dollari. Riusciranno a pagare? Se Teheran non riuscirà a riscuotere smetterà di rifornirli. Clienti alternativi, nonostante tutto, riescono ancora a trovarne».
Anche pagando puntualmente, comunque, la dipendenza dall'Iran è un pericoloso azzardo. Dopo l'ultimo rapporto dell'Aiea, che ha rafforzato il sospetto che Teheran stia tentando di costruire ordigni nucleari, la Commissione europea ha indicato che potrebbe rafforzare le sanzioni contro il Paese, estendendole alle esportazioni di petrolio (per adesso in Europa non è illegale comprare greggio dall'Iran).
Se la minaccia verrà mantenuta, Atene avrebbe gravissime difficoltà nel trovare i 330mila barili al giorno che attualmente vengono lavorati nei suoi quattro impianti di raffinazione. E anche importare carburanti potrebbe essere un problema.
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