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Questo articolo è stato pubblicato il 13 novembre 2011 alle ore 17:41.

Il segretario del Pdl Alfano, intervistato a "In mezz'ora" non ha chiuso la porta al governo Monti, che appare sempre più ineluttabile. Ha solo fatto riferimento alle "condizioni" poste dal partito di Berlusconi. Condizioni che sembrano avere a che fare soprattutto con i temi programmatici (lettera alla Ue, patrimoniale, riforma del mercato del lavoro, pensioni), visto che sulla struttura del governo il Pdl ha subìto il veto del centrosinistra su Gianni Letta e nonostante ciò non ha cambiato idea sul nuovo governo. In fondo, Alfano chiede soprattutto rispetto per la sua parte politica, che fino a ieri esprimeva il premier. Rispetto che il quasi presidente incaricato avrà tutto l'interesse a garantire.
Intanto le rapide consultazioni di Napolitano hanno confermato quello che già si sapeva: a sostegno di Monti c'è un ampio ventaglio di posizioni politiche. Tranne la Lega, che ha confermato il suo "no", pur lasciando uno spiraglio per il futuro, tutti gli altri, compreso Di Pietro, voteranno la fiducia al nuovo esecutivo. Tuttavia variano le sfumature e i toni che definiscono l'appoggio politico al governo tecnico. Si va dall'apprezzamento incondizionato di alcuni (personalità e gruppi di centrosinistra e di centro) fino ai distinguo di chi si sforza di delimitare l'orizzonte di Monti.
Di Pietro non è il solo di usare l'argomento del "governo a tempo", con l'idea di fissare fin d'ora – cosa poco realistica – un termine di scadenza oltre il quale ci sarebbero le elezioni. Altri (Moffa) vogliono piantare paletti programmatici, ancorando l'esecutivo ai punti economici richiamati nella lettera di Berlusconi all'Unione.
Ma ciò che davvero interessa è il sì condizionato di Alfano e del Pdl. Non fermerà Monti, lo abbiamo detto, ma si propone di vincolarlo in Parlamento. Considerando l'esecutivo come un "governo amico" da cui prendere le distanze quando serve. Quel che si può dire è che i tempi per il conferimento dell'incarico saranno quelli previsti: stasera, con probabile presentaszione della lista dei ministri domani, dopo che Monti a sua volta avrà sentito i dirigenti dei partiti. Ma senza esagerare, se non vuole infilarsi in un ginepraio. Del resto non ci sono dubbi sulla riuscita del tentativo, per le ragioni più volte ripetute: i mercati vogliono certezze ed è in gioco la salvezza dell'economia nazionale.
Sullo sfondo si staglia con evidenza il ruolo di grande regista svolto da Giorgio Napolitano. Un ruolo che dovrà continuare, perché è evidente che la garanzia del presidente della Repubblica dovrà prolungarsi fino ad accompagnare, rafforzandoli, i primi passi dell'esecutivo Monti. Un governo che nella sua composizione tecnica vede il suo punto di forza e insieme il suo elemento di debolezza rispetto a un Parlamento percorso da profonde contraddizioni e, per quanto riguarda il Pdl, anche da pericolose convulsioni.
Berlusconi è uscito di scena, in un modo triste e drammatico, ma non rinuncia per ora a giocare un ruolo politico. Lo testimonia la sua lettera di stamane a un convegno della Destra di Francesco Storace, la sua denuncia dei "piccoli ricatti" di cui si sente vittima. La frustrazione della maggioranza uscente può essere un fattore di rischio a breve scadenza. Si va dalla legittima richiesta di "rispetto reciproco" fino alle pulsioni anti-euro e anti-poteri forti che aleggiano negli ambienti e sui giornali più combattivi. Il governo Monti come emanazione di un oscuro potere tecnocratico che vuole "svendere" l'Italia: è un argomento che può lasciare il tempo che trova, rappresentando solo un'amarezza passeggera, oppure può essere il cardine di una linea politica populista o addirittura "poujadista" che potrebbe provocare nuove destabilizzazioni.
Capiremo meglio nel momento in cui Monti avrà presentato la sua squadra. Sarebbe meglio che fosse presente un qualche legame, anche simbolico, con le forze politiche maggiori che dovranno sostenere il governo alle Camere.
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