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Questo articolo è stato pubblicato il 21 dicembre 2011 alle ore 07:50.
L'ultima modifica è del 21 dicembre 2011 alle ore 06:36.

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La risposta di Giorgio Napolitano a chi lo ha accusato di aver «sospeso la democrazia» è in realtà un messaggio ben preciso rivolto alla società politica: il governo Monti andrà avanti per la sua strada con le spalle coperte dall'ampio mantello steso dal Quirinale. E con un'agenda ben definita.

Non ci sono dubbi al riguardo, perché la situazione d'emergenza che ha reso «obbligata» la scelta dell'attuale esecutivo rispetto all'ipotesi di elezioni anticipate («era mio dovere evitare lo scioglimento delle Camere») perdura e richiede a tutti la massima vigilanza.
In altre parole, il binomio Napolitano-Monti tiene in pugno la barra del timone e non intende farsela sfuggire. È il governo «del presidente» nel senso più autentico del termine, quello in cui il capo dello Stato ha investito tutto il suo prestigio e la sua autorevolezza. Si capisce che egli considera il tragitto da qui alla scadenza naturale della legislatura, nel 2013, la battaglia cruciale per la sopravvivenza dell'Italia come l'abbiamo conosciuta nei 150 anni dello Stato unitario.

Questo spiega anche l'asprezza della critica alla Lega (peraltro mai nominata) portatrice di una «vana e artificiosa propaganda secessionista». Un richiamo che serve a circoscrivere, diciamo così, il perimetro della responsabilità nazionale: il territorio dove centrodestra e centrosinistra - i partiti che hanno votato la fiducia - hanno il dovere di confrontarsi e discutere senza «esasperazioni» e salvaguardando la «coesione sociale». Del resto c'è un ampio spazio nel quale le forze politiche possono esercitare il loro ruolo in Parlamento e fuori. Non manca il lavoro per chi vuole ammodernare il paese e ridefinirne in prospettiva l'architettura istituzionale.
Anche perché, sembra di capire tra le righe, Napolitano pensa che le forze politiche abbiano, non solo il diritto, ma il dovere di rafforzarsi, e cioè di rilegittimarsi agli occhi dell'opinione pubblica. Oggi la loro debolezza è vertiginosa e confina con il discredito. Se si limitassero a sedersi sulla riva del fiume nella speranza di indebolire Monti, probabilmente indebolirebbero ancora di più se stesse.

Facendo così un favore allo schieramento dell'anti-politica e a coloro che hanno puntato le loro carte sul fallimento dello Stato. La strada giusta consiste nel sostenere il governo in modo leale, dedicando al tempo stesso ogni energia alla riorganizzazione del sistema. E qui ci sono anche i costi della politica: il numero dei parlamentari, la questione costituzionale delle province, eccetera.
Il rischio invece è il corto circuito: avvitarsi nelle «polemiche sprezzanti» che servono solo a irrigidire le posizioni secondo un vecchio costume politico. O politico-sindacale. Il riferimento implicito sembra proprio al tema dell'articolo 18. Qui, come in tutto ciò che riguarda il mercato del lavoro, c'è bisogno di molta sensibilità politica. Occorre saper dialogare, coinvolgere, convincere. Da un lato il governo dei tecnici deve imparare a muoversi su un terreno scivoloso evitando qualsiasi ingenuità; dall'altro le forze sindacali, nonchè la sinistra politica, non potranno rifugiarsi a lungo dietro gli schermi ideologici.

Vedremo nei prossimi giorni. Comuque sia, colpisce vedere Berlusconi applaudire con apparente convinzione il capo dello Stato (che pure aveva appena descritto l'epilogo poco glorioso del governo Pdl-Lega). Fino a pronunciare frasi inconsuete per lui: «Se ce la mettiamo tutta, insieme possiamo farcela». Forse Berlusconi ha capito prima e più di altri che il binomio Napolitano-Monti è solido e va sostenuto.

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