Storia dell'articolo

Chiudi

Questo articolo è stato pubblicato il 29 dicembre 2011 alle ore 10:42.

My24

Il crollo dei rendimenti all'asta dei BoT a sei mesi è un segnale importante per il Paese, che l'Italia deve bene interpretare. Il fatto che i tassi si siano dimezzati, scendendo dal 6,50% dell'asta del mese scorso al 3,25% attuale, è un segnale di fiducia che preserva intatto il faro sulle nostre fragilità strutturali: a ben guardare, il calo dei rendimenti in asta e la seguente impennata dello spread dei titoli decennali sui Bund tedeschi, implicano che gli investitori - banche, fondi e assicurazioni - percepiscono ora l'Italia più solida nel breve periodo grazie al piano di riforme e alle misure di rigore varati dal Governo Monti, ma che sulla nostra serietà di lungo periodo non si è ancora sciolta la riserva.

Non c'è dubbio infatti che larga parte della domanda di BoT all'asta di ieri sia il risultato della straordinaria manovra sulla liquidità per le banche messa in atto dalla Bce di Mario Draghi: grazie a quei prestiti triennali all'1%, le banche estere e soprattutto quelle italiane - che hanno attinto oltre 100 miliardi di euro depositando oltre 40 miliardi di bond garantiti dallo Stato - hanno fatto incetta di titoli a breve che rendono più del 3%, mettendo in cassa automaticamente una preziosa plusvalenza in questi tempi di crisi. Ma la liquidità, per quanto importante, non compra la fiducia. Per quella serve molto di più.

Il sostegno a corrente alternata di alcune forze politiche alle riforme varate dal governo (e a quelle in via di definizione) e la tentazione ancora persistente a «scherzare con il fuoco» che trapela dai loro leader rappresentano infatti un elemento di disturbo nel processo di ricostituzione della fiducia dei mercati nei nostri confronti. Certo, l'asta di ieri elimina dai radar dei mercati il rischio di un default italiano di qui al prossimo anno, ma il termometro delle prospettive di lungo termine lo leggeremo solo oggi: con i tassi dei BTp che oscillano intorno al 7%, la soglia critica a cui siamo ancorati ormai da tempo, l'esito della maxi-asta di questa mattina ci dirà chiaramente se e quanto il mercato è disposto a credere agli impegni di risanamento dei conti, pareggio del deficit e di riduzione del debito promessi dalla classe politica italiana.

In questo senso, la riforma delle pensioni è stata una dimostrazione concreta che l'Italia, quando vuole, sa affrontare e curare i suoi mali. Ma per portare il Paese - e soprattutto l'Europa - fuori dal tunnel in cui ci hanno relegato i mercati serve molto di più: dimostrare che dopo aver affrontato il nodo della spesa con un taglio immediato di 30 miliardi, il Governo - questo Governo - sarà in grado di mettere in cantiere l'opera più difficile, coniugare la necessità di ridurre il debito con la costruzione di un piano di crescita che consenta al Paese di uscire dalla palude della stagnazione-recessione e agganciarsi alla ripresa mondiale quando questa arriverà. Su questo terreno, non c'è investitore nazionale o internazionale che non sottolinei un punto: senza il sostegno concreto del Parlmento, Mario Monti può fare ben poco per compiere con successo il suo mandato e riportare il rischio-Italia - quello che oggi paghiamo in termini di tassi e di spread - su livelli sostenibili per il Paese e per l'euro nel suo insieme. Su questo punto il mercato ci tiene ancora addosso una vistosa ipoteca, come dimostra l'aumento dello spread registrato ieri. Mentre il mercato comprava ieri con una mano i BoT, con l'altra aumentava gli acquisti di Bund decennali tedeschi, facendone scendere i rendimenti fino all'1,9%: di conseguenza, lo spread con i BTp (i cui tassi sono rimasti sostanzialmente stabili sul mercato secondario) è tornato a quota 508 punti.

Chiedere alle forze politiche di fermare questa spirale con senso di responsabilità non è un esercizio di retorica, ma una necessità concreta su cui l'Italia davvero rischia grosso. La paura di andare in asta che abbiamo vissuto dopo l'estate è niente in confronto alla portata delle scadenze che dobbiamo affrontare nei prossimi 12 mesi. Per far fronte alle proprie necessità di finanziamento e rifinanziamento, ha detto nel novembre scorso la stessa direttrice del debito Maria Cannata, infatti, l'Italia dovrebbe emettere l'anno prossimo BoT e BTp per circa 440 miliardi di euro.

Gli analisti ritengono che solo per i BTp si stimano emissioni lorde tra i 208 e i 242 miliardi di euro contro i 211 miliardi emessi quest'anno. In pratica, l'Italia rischia di essere il Paese che dovrà aumentare le emissioni a fronte di un calo generalizzato delle aste negli altri paesi che dovrebbe far scendere a 800 miliardi di euro il totale delle emissioni europee nel 2012. In questo contesto - e soprattutto tenendo conto delle scadenze importanti che dovremo onorare tra febbraio e aprile, il Tesoro ha certamente fatto bene a cambiare il sistema di gestione delle aste: sostituendo il meccanismo degli annunci in due fasi per le aste dei BTp con una nuova procedura che prevede l'annuncio simultaneo delle linee in offerta e degli obiettivi di volume tre giorni prima delle aste, Via Nazionale si dota di una maggiore flessibilità nel decidere quando e quanto emettere sulla base delle condizioni del mercato. In pratica, si è creata una migliore correlazione tra la domanda degli investitori e le strategie e le necessità di investimento del Tesoro. Ma questo è un fatto tecnico: è sul piano politico che l'Italia dovrà giocare la sua partita. Una partita che si deve vincere, perchè la crisi dell'Euro e quella del debito non prevedono ormai tempi supplementari.

Shopping24

Dai nostri archivi