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Questo articolo è stato pubblicato il 29 dicembre 2011 alle ore 20:10.

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L'Egitto non adotterà un sistema economico statalista-socialista che ha contraddistinto la politica economica del paese negli anni 60 e 70. Vogliamo assicurare gli investitori che il futuro dell'economia sarà regolato dal libero mercato. Lo ha reso noto la Fratellanza Musulmana egiziana nel tentativo di dare un impulso alla moribonda Borsa del Cairo e mettere freno alle speculazioni nei confronti di un programma di nazionalizzazione e islamizzazione dell'economia egiziana.

Mahmoud Ghozlan, portavoce della Fratellanza, ha anche aggiunto che la Borsa del Cairo è in piena regola con i parametri religiosi islamici e che il mercato azionario deve diventare uno strumento efficace per diffondere la ricchezza al popolo egiziano.

La Borsa del Cairo quest'anno ha bruciato 22.7 miliardi di dollari. Le azioni hanno perso il 45% del loro valore. Il volume degli scambi giornalieri attuali è solo il 10% rispetto a un anno fa. Prima della rivoluzione il Pil era al 5%. Ora si aggira intorno all'1%.

Ogni qual volta che i media speculano su potenziali scenari come il divieto di alcol, di sigarette, la creazione di spiagge separate, il velo obbligatorio eccetera, la Fratellanza musulmana interviene sia per smentire le speculazioni sia per riassicurare turisti e investitori stranieri che l'Egitto non diventerà uno stato islamista. E' il classico doppio gioco dei fratelli musulmani che predicano bene e razzolano male oppure sono in atto delle dinamiche nuove su cui l'occidente non ha ancora riflettuto?
Ebbene, forse l'Egitto non diventerà Las Vegas, ma neppure Kabul ai tempi del Mullah Omar. Secondo il sociologo svizzero Patrick Heanni, un altro Islam sta nascendo in Egitto, in Turchia in Indonesia e in tutto il mondo musulmano:l'Islam di mercato.

«Caratterizzato da pragmatici compromessi con l'occidente», si legge nel suo libro "'L'Islam di Mercato. L'altra Rivoluzione Conservatrice" (Città Aperta Edizioni), «questo Islam si nutre di cultura manageriale, promuove l'autorealizzazione, adatta i divieti religiosi agli imperativi del marketing e del consumismo di massa, mentre al tempo stesso istruisce il processo allo statalismo e alle organizzazioni militanti, perché è necessario compensare lo snellimento delle istituzioni pubbliche con una società civile più autonoma e moralizzata».

Partendo dal presupposto che l'ostentazione della religiosità è giunta al suo apice nel mondo musulmano, Heanni registra che gli islamisti critici «si moltiplicano in seno all'ambiente islamico; costoro criticano lo spirito settario dei suoi ideologi, contestano il dogmatismo dei sui dirigenti, rifiutano i rapporti disciplinati che gestiscono la vita quotidiana delle organizzazioni».

Una borghesia islamica che mostra un'attitudine a assere competitivi, a governare il circuito economico, perché il nuovo ideale è il musulmano ambizioso. «La success story individuale» scrive Heanni, che è ricercatore all'Istituto indipendente Religioscope di Friburgo «è il repertorio prediletto di un nuovo muslim pride. E un simile contesto che appare la figura del winner devoto: efficiente econoicmante, politicamente disimpegnato, coltiva i valori della ricchezza e dell'achievment. Sviluppa un immaginario religioso segnato dalla rimozione delle condanne del profitti».

In sostanza: una religiosità market friendly che trova una nuova definizione in termini di marche e di griffe e «che ricolloca l'Islam in un ragionamento secolarizzato, ma non in contraddizione con i precetti della morale musulmana».

Altro che radicali talebani. Il futuro dell'Egitto è dei radical chic.

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