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Questo articolo è stato pubblicato il 27 gennaio 2012 alle ore 06:43.

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C'è qualche cosa di paradossale nella battaglia del petrolio: le sanzioni contro Teheran approvate lunedì dall'Unione europea non sono neppure entrate in vigore e già sembra che funzionino perché il presidente Ahmadinejad si è detto disponibile a riprendere i negoziati nucleari. Allo stesso tempo Ahmadinejad sostiene che l'embargo è inefficace - colpirà soltanto la popolazione, ha detto a Kerman - e il Majilis, il Parlamento, si prepara a discutere una legge per bloccare l'export di petrolio in Europa ancora prima che vengano applicate le sanzioni.
Nessuno ha ancora fatto nulla eppure tutti hanno ragione. Gli europei e gli americani in primo luogo, per i quali le pressioni su Teheran stanno portando dei risultati, almeno formali: gli iraniani hanno chiesto a Bruxelles di fissare data e luogo di ripresa delle trattative. E gli iraniani stessi non hanno torto ad affermare che l'embargo sarà aggirato, grazie a Russia, Cina e a un folto drappello di Stati famelici, incoraggiati da sconti consistenti ad acquistare greggio persiano.
In questa sfida, sostenuta dalle petro-monarchie sunnite e monitorata con attenzione da Israele, ci sono poi i mercati a fare da arbitri, certo non neutrali e assai influenzabili: il petrolio Wti a New York ha superato ieri i 100 dollari, un po' per le tensioni nel Golfo ma anche per l'indebolimento del dollaro che rende attraenti gli investimenti in oro nero.
Per la verità anche in Iran, regno della Bazar Economy, i mercati hanno un peso non indifferente. La Banca centrale è stata costretta a fissare un tasso di cambio "unico" a 12.260 rial per un dollaro. Prima oltre a quello ufficiale c'era il mercato "parallelo" dove le autorità avevano iniettato dosi massicce di dollari per sostenere la moneta. Ma sul terzo mercato, quello "nero", illegale ma ben funzionante, la valuta aveva continuato la discesa toccando il punto più basso a 23mila rial.
Abituati da guerre e crisi ricorrenti a maneggiare valute e tassi come broker consumati, gli iraniani all'efficacia delle sanzioni ci credono, come pure temono un conflitto sulla "linea rossa" dello stretto di Hormuz, un'iperbole bellica forse non così vicina come si crede.
Ma l'aspetto formidabile di questa battaglia si coglie nei dati dietro la cronaca. L'Iran, minacciando di bloccare per primo l'export, punta a far aumentare i prezzi per posizionarsi su nuovi e vecchi mercati.
Perché, come sostengono anche il Financial Times e un rapporto della Chatham House, l'embargo potrebbe non funzionare? Gli iraniani venderanno petrolio con lo sconto ai cinesi (con un ribasso da 100 a 80 dollari) i quali lo rimetteranno sul mercato guadagnando un notevole margine. E così faranno gli altri. Lo stesso avvenne un decennio fa con il petrolio iracheno: nonostante l'embargo, ogni giorno sui mercati entravano 500mila barili fuori dalla risoluzione Onu "Oil for food". La cosa allora passava sotto silenzio perché il greggio, diretto in Turchia o a Dubai, contava poco: nel '98 la quotazione precipitò fino a 10 dollari il barile. Il petrolio di Saddam viaggiava sulle autocisterne, ora malinconiche carcasse sulle strade del Kurdistan, e quello iraniano potrebbe ripercorrere la stessa strada, confuso nel greggio locale con i favori del governo di Baghdad, amico di Teheran. Gli stessi russi possono prendere il petrolio iraniano e venderlo come loro: la qualità è simile, i controlli inesistenti.
Se è vero che gli europei hanno diverse alternative di rifornimento, anche l'Iran ha più alleati di quanto non si possa sospettare, come ha potuto constatare il presidente Giorgio Napolitano ricevendo Hamid Karzai. Il leader afghano, invece di parlare di Afghanistan, ha difeso a spada a tratta Teheran e forse si appoggia all'Iran per sabotare i negoziati voluti dagli Usa con i talebani. Vogliamo scommettere che il petrolio iraniano, sotto gli occhi ignari dei nostri soldati, anche ieri presi di mira dalla guerriglia a Bala Murghab, passerà pure dall'Afghanistan, quindi in Pakistan e poi in India? Così vanno le cose al mondo, non come vengono descritte in sempre più inutili consessi internazionali.
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