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Questo articolo è stato pubblicato il 21 febbraio 2012 alle ore 08:05.
L'ultima modifica è del 21 febbraio 2012 alle ore 06:36.

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Un percorso a ostacoli fino alla fine. Estenuante. E un grande punto interrogativo: riuscirà l'accordo dell'Eurogruppo a segnare il momento di svolta per Grecia ed Europa, il principio della fine graduale della crisi dell'euro? O non sarà niente di storico ma solo l'ennesima goccia di un lento ma inutile stillicidio che alla fine non impedirà al tavolo di saltare?

Il primo salvataggio di Atene, 110 miliardi, scattò in un'atmosfera quasi surreale di incoscienza e anche di incompetenza collettiva, con Angela Merkel che senza scomporsi si permetteva di tenere a bagnomaria l'emergenza greca per non rischiare di compromettere (ma invano) il suo score nelle elezioni regionali. Nessuno allora credeva seriamente alle devastanti potenzialità di contagio di un'economia e di un debito tutto sommato di entità marginale (2% e 3% del Pil dell'eurozona). La preoccupazione inconfessata ma prioritaria ruotava semmai intorno alle banche tedesche e francesi, troppo esposte con gli acquisti di titoli sovrani ellenici. Il risultato alla fine fu un piano irrealistico, centrato più sul rigore nei conti pubblici che sulle riforme, che teorizzava il ritorno della Grecia sui mercati già dal ... 2013. Si sa come è andata a finire. Comprese le molte inadempienze greche.

Questo secondo salvataggio – altri 130 miliardi più un probabile taglio da 100 miliardi del debito detenuto dai creditori privati – non può a questo punto permettersi di fallire, anche se c'è già chi dice che in realtà si limiterà semplicemente a rimandare nel tempo il giorno del Giudizio. Non può fallire per varie e ottime ragioni.
La prima è che il contagio greco ha dilagato alla grande: anche se ormai si sogna apertamente il divorzio sia nei Paesi nordici che vorrebbero scaricarla sia ad Atene dove l'esasperazione verso i partner Ue sale a dismisura, nulla garantisce che un'uscita della Grecia dall'euro non susciterebbe reazioni a catena ai danni di Portogallo e poi di Italia, Spagna e forse Francia.

La seconda è che il gruppo del Nord, Germania, Olanda e Finlandia in testa, con lo spettro dell'insolvenza in agguato, appare sempre meno incline a rischiare di aiutare i reprobi con prestiti sia pure ben remunerati. Di solidarietà, naturalmente, neanche a parlarne, nemmeno in termini di stimoli veri alla crescita economica europea. Anche l'Fmi, del resto, comincia a centellinare gli interventi: da un terzo del totale, il suo contributo ora non dovrebbe andare oltre il 10 per cento. La stessa Bce, poi, non può continuare in eterno a fare il pompiere di un'emergenza infinita. A meno che non si decida di cambiarne lo statuto, cosa che al momento non è nemmeno lontanamente presa in considerazione.
Le condizioni leonine imposte alla Grecia, il timore di ritrovarsi un giorno a subirne la stessa sorte alimentano, d'altra parte, sentimenti anti-tedeschi che, se non fermati al più presto, alla lunga potrebbero distruggere l'Europa invece di guarirla dai suoi malanni. Alimentando la nascita di perniciosi estremismi e nazionalismi in democrazie già provate dall'impatto con la crisi.

Se infine il piano non funzionasse, subito dopo si aprirebbe il baratro dell'ignoto che, tra voglie di rotture e sfiducia diffusa tra partner, potrebbe alla fine ingoiarsi il mercato unico insieme a quasi sessant'anni di pacifica e fruttuosa integrazione europea.
Il gioco al disastro, in definitiva, non varrebbe la candela per nessuno. Ma questa banale considerazione non è detto che riuscirà ad evitarlo.
Per puri effetti meccanici la recessione in Grecia ha già aumentato di 6 miliardi il debito da ripianare per arrivare al traguardo del 120% del Pil nel 2020. Secondo le stime di ieri dell'Fmi l'economia tornerà a crescere nel 2014. Sarà vero?

Pochi comunque, e per ragioni diverse, si fidano delle capacità di guarigione del malato anche se ieri Atene, per evitare il default, si preparava ad accettare un'amministrazione controllata sempre più stretta, tra un conto vincolato a garanzia del ripagamento del debito e presenza permanente della troika Ue-Bce-Fmi in casa oltre alla firma di un accordo bilaterale con la Finlandia che, per versare la sua quota di aiuti, ha preteso e ottenuto un impegno scritto con tanto di elenco dei collaterali a garanzia.
Ma può questa Europa di freddi contabili e meticolosi notai, incapaci di vedere oltre cifre o percentuali anche molto modeste, assicurare il successo del nuovo salvataggio della Grecia? A volte viene il dubbio che, più che dalle inadempienze vere e/o presunte di Atene, i veri rischi per la sopravvivenza dell'euro vengano da questi falsi maestri che sanno guardare solo il proprio dito senza vedere la luna. Questo è il vero pericolo mortale che oggi corre la moneta unica.

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