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Questo articolo è stato pubblicato il 29 febbraio 2012 alle ore 15:16.

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Una volta le elezioni si vincevano a colpi di programmi meditati dai think tank delle segreterie, scritti da oscuri portaborse e «interpretati» coram populo nelle estreme province delle nazioni. Nell'epoca delle web-politics, della web-economy si fa prima a dichiarare agli elettori (con un post sul blog, sul profilo Facebook o in un tweet ) la colonna sonora del proprio iPod. Nella speranza che avere la popstar del cuore in comune con i propri elettori possa trasformarsi in un bel pacco di croci a favore sulle schede infilate in urna.

Obama in chiave soul
Due settimane fa il presidente degli Usa Barack Obama ha aperto la lunga marcia verso le elezioni indicando ben 29 brani che accompagneranno il suo cammino di convention in convention. Il soul - musica dell'orgoglio nero – la fa da padrone: ci sono «The Weight» nella versione di Aretha Franklin, Al Green che canta «Let's stay together» e The Impressions alle prese con «Keep on pushing». Non mancano tributi a superstar da sempre schierate a favore di Mr. «Yes, we can»: dagli U2 di «Even better than a real thing» al Bruce Springsteen di «We take care of our own» e piacevoli incursioni nell'alternative rock come «I got you» dei Wilco e «We used to wait» dei canadesi Arcade Fire.

Sarkò sceglie Carlà
L'appuntamento elettorale incombe anche sull'Eliseo e Nicolas Sarkozy ha deciso si ispirarsi al collega americano postando sul web nove canzoni a lui care. Su tutte svetta l'eterna «Chanson pour l'auvergnant» di Gerorges Brassens che in quanto a posizionamento politico stava da tutt'altra parte rispetto al premier francese. C'è spazio per un altro pezzo di storia musicale transalpina con Charles Aznavour che si produce in «Ils sont tombés» e per il rockettaro Johnny Halliday con «Quelque chose de Tennesee». E poi volià la premiere dame Carlà Bruni che, tra i mille mestieri praticati in gioventù, annovera anche quello di cantuautrice: sua «L'amoureuse» che chiude la playlist.

Italia's got playlist
In Italia non mancano i politici che si sono cimentati con questo divertissement: tra gli ultimi il sindaco di Firenze Matteo Renzi, addirittura interpellato dalla rivista «Rolling Stone» nel referendum sul miglior album italiano di sempre. Chi ha votato? Jovanotti, ovviamente. Cosa esternerebbe il presidente del Consiglio Mario Monti se decidesse di rendere pubblica la sua playlist? Ecco una classifica immaginaria

Le scelte di Monti
Siccome un uomo non dimentica mai le proprie origini, il punto di partenza potrebbe essere «Da Varese a quel paese» del cantautore Dente. Per «quel paese» si intenda Roma o, al massimo, Bruxelles. Il profilo dell'ex rettore della «Bocconi» un po' ricorda quello disegnato da Enzo Jannacci in «Aveva un taxi nero», mentre la sua proverbiale serietà fa pensare al «Sad professor» dei R.E.M. Che trascorre gran parte della sua giornata a scartabellare «La serie dei numeri» cantata dal quasi concittadino Angelo Branduardi. E magari, in solitudine, si abbandona a «Il pianto del contabile» dei Ciapp-ter Ileven, trio surreale-tributario nato in quel di via Monte Rosa con notevoli attitudini in materia economica e finanziarie. Monti è tecnico, bipartisan e sulla sua analisi politica potrebbe calzare a pennello la memorabile riflessione su «Destra Sinistra» di Giorgio Gaber. In quanto ad attività di contrasto all'evasione fiscale, probabile però che abbia trovato ispirazione nella «Taxman» (alla lettera: l'esattore) che George Harrison – classe '43 come Monti - scrisse ai tempi dei Beatles. Quando gli tocca tirare dritto di fronte alle proteste di Forconi, No-Tav e partito del No, il premier magari ascolta «The great song of indifference» di Bob Geldof. Alla fine del tunnel ci sarà la luce? Un pizzico di speranza, in fondo, ci vuole sempre: «Vedrai, vedrai, vedrai che cambierà», sospirava Luigi Tenco quasi cinquant'anni prima dell'effetto spread.
Persino il più serio dei professori ha comunque bisogno di scaricare la tensione. E allora vai con la comicità surreale di Cochi e Renato, varesini d'adozione, e la loro «Canzone intelligente»!

Merkel la ragazza che venne dal freddo
Anche le scelte musicali della cancelliera tedesca Angela Merkel desterebbero notevole curiosità. E anche in questo caso abbiamo lavorato di ironia e immaginazione: la playlist di Angie potrebbe cominciare con «Homburg» dei Procol Harum, stavolta intesa come provocatorio omaggio a Stefan Homburg, il celebre economista che non gliele manda a dire. Talvolta magari si rivedrà ritratta nella «Girl from the North Country» di Bob Dylan. Quando a Bruxelles fa la voce grossa contro i paesi Pigs, qualcuno magari le canterà «Devil in disguise» di Elvis Presley («Sembra un angelo… ma è un diavolo sotto mentite spoglie») o la «Heart of stone» di Mick Jagger e soci. Nella segreteria della Cdu si farà suonare la hit dell'austriaco Falco «Steuermann» («Il timoniere»). Poi c'è l'asse con Sarkozy: può capitarle di ricevere una cartolina da oltralpe come la «Postcard from Paris» di John Denver, può trovarsi a indirizzare al premier francese la «Ne me quitte pas» di Jacques Brel affinché non abbandoni la via del rigore. Già, l'Europa: una bella gatta da pelare per la Cancelliera. A volte sembra senza fine come la «Europe Endless» immaginata dai Kraftwerk. Altre tocca chiedersi se restarci o levare i tacchi («Should I stay or should I go» dei Clash). In ogni caso è un grande zoo. E allora ad Angie toccherà dare ragione agli U2 che la chiamarono «Zooropa».

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