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Questo articolo è stato pubblicato il 21 marzo 2012 alle ore 08:24.
L'ultima modifica è del 21 marzo 2012 alle ore 06:36.

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Il dialogo con imprese e sindacati perseguito dal Governo tecnico si chiude con la presa d'atto che il consenso di tutti non ci può essere quando la materia trattata è la più delicata perché riguarda il lavoro. E, soprattutto, il Grande Tabù dell'articolo 18.

Quando sarà smaltita la lettura ideologica della riforma, resterà un compromesso equilibrato che protegge di più i giovani nella fase di ingresso nel mercato del lavoro e tutela, senza eccessi e con strumenti di normale uso in Europa, chi dal mercato debba uscire. L'interesse generale, suggerito come bussola dal presidente della Repubblica, sta in questo scambio per la modernizzazione di un mercato che, finora, ha prodotto solo un tasso di attività di dieci punti inferiore alla media Ue e un gigantesco spreco di capitale umano (un giovane su tre senza impiego). L'Italia – come ha sottolineato il premier Mario Monti – risponde ora, dopo oltre un decennio, a chi chiedeva a gran voce questa riforma: l'Europa, il Fondo monetario, i mercati. Ora gli alibi cadono. Dovranno arrivare gli investimenti.

Oggi il Governo deciderà quale forma giuridica dare alla riforma: non sarà scelta di poco conto optare per un decreto o per una delega.
I partiti avranno a disposizione anche il "verbale del negoziato" dove sarà annotato il dare-avere della trattativa, così come interpretato da tutti i suoi attori. Né concertazione, né consociativismo. A ciascuno il suo.
Spetterà dunque alla politica la responsabilità ultima della scelta. È auspicabile che il premier abbia già avuto un via libera preventivo sul metodo, magari proprio durante la lunga notte dell'incontro con Alfano, Bersani e Casini a Palazzo Chigi.

Altrimenti il rischio è che sul tema più nobile, quello del lavoro, si scarichino tutte le contraddizioni dell'esperienza dell'"Esecutivo strano" guidato da Mario Monti: il Pd spalle al muro nel dover scegliere se stare con la Cgil o no con forte impatto su una leadership già intaccata dalle primarie, il Pdl attento a distinguere la sua posizione liberista e di non contaminazione con le istanze sindacali e in collisione con l'ala sinistra della maggioranza, i centristi non sufficientemente numerosi per dare corpo a sfumature intermedie, il Governo non in grado di fare da cuscinetto rispetto a queste spinte confliggenti.
Eppure il lavoro di trattativa è approdato – come anche nel caso delle altre riforme del Governo Monti – a una sorta di "equilibrio per sottrazione", un risultato ottimale fondato sulla quota di sacrifici che ciascuna parte ha messo a disposizione della mediazione finale. Lo "spacchettamento" dell'articolo 18 in tre fattispecie e la nascita del licenziamento per motivi economici, sanzionabile in caso di illegittimità solo con il risarcimento, è compensato dalla stretta sulla cosiddetta flessibilità in ingresso.

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