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Questo articolo è stato pubblicato il 25 marzo 2012 alle ore 16:17.

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Caso marò: un esperto italiano sbugiarda gli indiani. Nella foto Massimiliano Latorre e Salvatore Girone a bordo di una camionetta della polizia indiana (Epa)Caso marò: un esperto italiano sbugiarda gli indiani. Nella foto Massimiliano Latorre e Salvatore Girone a bordo di una camionetta della polizia indiana (Epa)

Gli indiani tengono in carcere i fucilieri di Marina, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, pur in assenza di prove concrete contro di loro. Sul caso della petroliera Enrica Lexie parla l'ingegner Luigi Di Stefano, perito tecnico che ha lavorato per alcuni tribunali italiani e consulente di società per cause legate a incidenti aerei inclusa Itavia per il "caso Ustica" che ha messo a punto un rapporto dettagliato su quanto accaduto il 15 febbraio al largo delle coste del Kerala. Un rapporto indipendente ma che dimostra come «molti elementi non quadrino» dice Di Stefano al Sole 24Ore.com. «A cominciare dall'autopsia effettuata dall'anatomopatologo del Tribunale indiano, il professor Sisikala» che ha recuperato il proiettile dal corpo di uno dei due pescatori uccisi, definendolo calibro 0,54 pollici, pari a 13 millimetri cioè un calibro oggi inesistente».

«Il proiettile è stato repertato con misure indicate in modo criptico e furbesco» sostiene Di Stefano. «Se Sisikala avesse espresso le misure del proiettile in forma canonica, cioè con calibro e lunghezza in millimetri, avrebbe scritto calibro 7,62 e lunghezza 31 millimetri. Il caso sarebbe già chiuso dal 16 febbraio, giorno successivo al fatto e giorno dell'autopsia. Invece del diametro ha reso nota la "circonferenza" (credo sia la prima volta al mondo) e invece dei millimetri ha usato i centimetri». Di Stefano non ha dubbi. I dati indicati confermano che si tratta della cartuccia 7,62x54R ex sovietica, sparata dalla mitragliatrice russa PK che nulla ha a che vedere con la cartuccia 5,56x45 di unica dotazione ai nostri marò e utilizzabile sia con i fucili Beretta AR 70/90 sia con le mitragliatrici FN Minimi in dotazione». Per Di Stefano quindi «le autorità indiane sanno fin dal 16 febbraio che il calibro non è quello delle armi italiane, e anche ammettendo una doverosa verifica tutto si sarebbe risolto in una ispezione alle canne dei fucili Beretta».

Una malafede che spiegherebbe perché i due esperti balistici dei Carabinieri non sono stati ammessi alle indagini ma accettati solo come osservatori e le indiscrezioni trapelate il 13 marzo circa la "compatibilità" del proiettile con quelli Nato. «È ovvio che sia compatibile perché il 7,62 è un calibro ex sovietico ma anche Nato anche se con misure diverse. Quindi gli indiani hanno giocato prima sull'equivoco tra circonferenza e diametro, poi sulla compatibilità». Le incongruenze delle supposte prove raccolte dalle autorità indiane non si fermano agli esami balistici, i cui risultati tardano inspiegabilmente a venire resi noti ufficialmente.

«Il rientro in porto del peschereccio Saint Antony con i due pescatori morti secondo la Guardia Costiera indiana avviene alle 18,20 – aggiunge Di Stefano che ha reso noto le conclusioni della sua analisi su Militariforum - ma le immagini televisive mostrano che è buio pesto e in questo periodo laggiù il sole tramonta alle 18.35». Un falso teso forse a coprire il fatto che il peschereccio si trovava altrove, non nei pressi della Enrica Lexie.

Per non parlare delle mutevoli testimonianze dei pescatori, l'ultima delle quali, l'intervista rilasciata al settimanale Oggi dal proprietario del Saint Antony, Freddy Bosco, a Di Stefano risulta del tutto inattendibile. «Bosco dice di aver subito l'attacco alle 16,15 è ma in quel momento la Enrica Lexie si trovava 27 miglia più a nord del peschereccio». Tutta da chiarire anche la vicenda delle cinque navi presenti in zona dopo la denuncia dei pescatori, quattro delle quali hanno la colorazione rossa e nera citata dai testimoni. La Guardia Costiera ne chiama solo quattro escludendo la greca Olimpyc Flairs che aveva appena denunciato di aver subito un attacco dei pirati ma viene inspiegabilmente esclusa dalle indagini dopo che la Enrica Lexie ha risposto positivamente alla richiesta di raggiungere il porto di Kochi.

Nonostante la versione dell'accusa traballi l'Alta Corte del Kerala ha assimilato l'uccisione dei due pescatori a «un atto di terrorismo». Secondo il giudice P.S. Gopinathan «le azioni dei due militari sono equivalenti a atti di terrorismo poiché hanno sparato contro il peschereccio senza alcun colpo di avvertimento e senza segnale di preavviso mentre i pescatori dormivano e in pieno giorno». Il rifermento al "terrorismo'' del giudice P.S. Gopinathan è scaturito da una discussione con l'avvocato dell'armatore, la ''Fratelli D'Amato'', dopo che quest'ultimo aveva negato l'applicabilità al caso della Enrica Lexie di una convenzione internazionale del 1988 sul terrorismo marittimo. Il trattato, noto come ''Sua Act'' (Suppression of Unlawful Acts against the Safety of Maritime Navigation) è stato infatti invocato dallo Stato del Kerala e dai familiari dei pescatori per giustificare l'applicabilità della legge indiana in acque internazionali e su una nave battente bandiera italiana.

La Lexie, come dimostra la posizione dichiarata nel rapporto all'armatore che denunciava il supposto attacco pirata, si trovava a 21 miglia dalla costa. L'atteggiamento del giudice non induce a sperare in un verdetto favorevole sul ricorso italiano circa la giurisdizione del caso dalla quale dipende la sorte dei due militari italiani detenuti nel carcere di Trivandrum. Dallo stesso giudice P.S.. Gopinathan dipende anche la partenza della Lexie bloccata davanti a Kochi in attesa della conclusione delle indagini. Nella seduta di ieri è emerso che il via libera potrebbe venire quando sarà terminata la perizia balistica sulle armi dei marò (forse la prossima settimana). La prossima udienza è fissata per martedì, probabilmente lo stesso giorno in cui a Seul si incontreranno il primo ministro indiano, Manmohan Singh, e il premier italiano Mario Monti a margine del summit sulla Sicurezza nucleare . «Ci sono argomenti di cui parlare, di cui loro vogliono parlare e anche noi» hanno detto le fonti diplomatiche indiane aggiungendo che entrambi «abbiamo bisogno di discutere per arrivare a una soluzione».

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