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Questo articolo è stato pubblicato il 02 aprile 2012 alle ore 09:40.
L'ultima modifica è del 03 aprile 2012 alle ore 08:49.
Molti studenti universitari, dovendo compilare il questionario di valutazione dell'attività didattica dei loro docenti, sono chiamati a esprimere un'opinione non solo sul rispetto degli orari, la effettiva reperibilità per chiarimenti e spiegazioni e persino la capacità del professore di stimolare con la sua esposizione l'interesse verso la disciplina.
Può capitare che si trovino di fronte anche ad un'altra richiesta, che nel caso della mia università, dove si è deciso di introdurla quest'anno, è formulata senza giri di parole. L'amministrazione vuole sapere quante volte il professore si è presentato in aula per tenere "personalmente" le sue lezioni: quasi mai o saltuariamente (da 0 a 25%); per una piccola parte (da 25 a 50%); per una buona parte (da 50 a 75%); per tutte o quasi tutte (da 75 a 100%). Credo che questa domanda debba essere considerata sorprendente e spesso mal posta, ma anche coraggiosa.
È sorprendente, perché ci lascia temere uno scenario nel quale un numero significativo di docenti elude sistematicamente uno dei suoi principali doveri. Il minimo che si possa fare è chiedere ai rettori di rendere immediatamente pubblici questi risultati, per essere rassicurati sul fatto che la totalità o quasi dei professori tiene regolarmente le sue lezioni. In caso contrario, è necessario sapere quali sono le misure che le università intendono prendere, naturalmente dopo aver verificato le motivazioni degli interessati.
Proponendo i 3/4 delle presenze come la soglia dell'eccellenza in questo particolare tipo di valutazione – come accade a Tor Vergata – si rischia di trasformare il comportamento che dovrebbe essere assolutamente normale in una improbabile eccezione, non si sa se eroica o fastidiosamente inopportuna. Sorprese di questo tipo, purtroppo, sono in agguato ovunque. Penso, per esempio, al «premio relativo alla performance 2010» dell'Ama di Roma (l'azienda raccolta rifiuti), con il suo requisito di una percentuale di assenze nel corso dell'anno inferiore al 50 per cento...
La richiesta, inoltre, è in molti casi mal posta, perché non distingue quelle situazioni nelle quali la lezione semplicemente non è stata tenuta, così come quelle nelle quali, viceversa, il docente era presente in aula ma si era fatto affiancare da un collega per affrontare un argomento specifico. E perché, soprattutto, un simile controllo non può spettare agli studenti. Il fatto stesso che venga demandato a loro esplicita l'incapacità degli organi competenti di garantire in modo sistematico questa verifica. È facile immaginare quale sarebbe la reazione alla proposta di un controllo affidato a figure esterne al corpo docente e possibilmente alla stessa amministrazione.
Ma è arrivato probabilmente il momento di dire che i docenti del 100% o anche del 90% di presenze sono stufi di essere coinvolti in quell'atmosfera diffusa di insofferenza per i privilegi della "casta" che questionari di questo genere, di fatto, presuppongono e alimentano.
Nonostante questi evidenti limiti, tuttavia, la scelta di mettere nero su bianco una domanda di questo tipo è coraggiosa e consente finalmente di aprire il discorso su un capitolo finora sostanzialmente ignorato nella corsa al "merito" partita in questi ultimi anni. Questa nuova sensibilità rappresenta senza dubbio una sana e purtroppo tardiva reazione ai nepotismi, agli abusi e allo spreco di denaro pubblico che hanno pesantemente compromesso l'immagine dell'università e dei suoi professori.
Ciò non giustifica, tuttavia, la scelta di una sistematica sottovalutazione dell'impegno nella didattica. È pericoloso concentrare tutti gli incentivi del sistema, a partire da quelli più importanti, che sono inevitabilmente i criteri per "fare carriera", su prodotti, libri e articoli, mortificando, magari con il pretesto della loro difficile "misurabilità", la capacità e la passione per l'insegnamento.
Rischiamo in questo modo di premiare solo coloro che passano la loro vita inseguendo l'impact factor, disinteressandosi dell'impatto dei loro comportamenti e del loro esempio sui giovani che dovrebbero formare.
Si cominci piuttosto a dire che chi non fa lezione, salvo limitate e motivate eccezioni, vedrà azzerati tutti i punteggi di merito acquisiti sul fronte della ricerca, almeno fino a quando non sarà una legge a stabilire che si può ricevere uno stipendio come professori universitari e insegnare poco e male. I "buoni" professori pensano quasi sempre che le due attività si arricchiscano reciprocamente. E la domanda sulla loro presenza in aula, in fondo, ci aiuta a ricordarlo.
Professore ordinario di Etica sociale - Università di Roma Tor Vergata
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