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Questo articolo è stato pubblicato il 05 aprile 2012 alle ore 08:07.
L'ultima modifica è del 05 aprile 2012 alle ore 08:14.

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L'accordo sul lavoro non è fatto per piacere a tutti. Le imprese, in particolare, vorranno vederci chiaro in un reticolo di norme che rischiano, in qualche caso, di rendere più rigido e non più flessibile il sistema e di aumentarne i costi. Ma dal punto di vista politico Monti può essere contento del risultato.

Aveva di fronte le sabbie mobili e ne è uscito senza nemmeno imbrattarsi i vestiti. Poteva rimettersi ai partiti e alle loro inquietudini, lasciando che fossero loro a trovare il bandolo della matassa in Parlamento, e invece ha guidato il negoziato che ha condotto al compromesso. Ha sfruttato le debolezze delle forze politiche, la loro ansia di rimuovere dal tavolo l'articolo 18, ma si è ben guardato dall'umiliarle.

Al contrario, ha restituito un ruolo a Pdl, Pd e Udc, rendendo i tre capi-partito compartecipi di un'intesa che può avere un significato profondo nella storia dei rapporti di lavoro. Monti ha puntato sulla stabilità e ha compreso che anche i tre leader della semi-maggioranza parlamentare avevano lo stesso interesse convergente. Nessuno vuole correre pericoli, nessuno ha la forza e la volontà di imboccare una strada diversa da quella che conduce senza alternative verso l'approdo del 2013. Con questo Governo, questo premier e con lo stesso equilibrio parlamentare. Poi, nel merito della riforma, si vedrà alle Camere. Il dibattito, possiamo immaginarlo, non sarà privo di tensioni.

Gli attacchi di Di Pietro al presidente del Consiglio sono violenti e scomposti, ma il «patto di sindacato» composto da Alfano, Bersani e Casini ha tutta l'aria di voler reggere alla prova, salvo qualche correttivo minore alla riforma. In realtà, se la Cgil, come sostiene il segretario del Pd, ha motivo di essere «soddisfatta», i margini di manovra delle forze alla sinistra di Bersani sono limitati. Quanto alla destra, la crisi devastante in cui è precipitata la Lega dimostra che la linea realistica e moderata del binomio Berlusconi-Alfano è l'unica praticabile. Monti non ha motivo di lamentarsi. Anche se è pericolosa la tentazione di Bersani di accreditarsi come il vincitore della partita: qualcosa su cui Casini può sorvolare, ma che Alfano non può accettare.

In ogni caso la parola più appropriata è compromesso. Compromesso favorito da Palazzo Chigi in nome del realismo politico. Qualcuno dirà: eccesso di realismo. Si aprirà la discussione sul bicchiere che contieme la riforma: è mezzo pieno o mezzo vuoto? Difficile dirlo oggi. Ma per Monti quello che conta è andare avanti, consolidare l'assetto che regge l'esecutivo, riannodare il filo mai spezzato che lo lega ai partiti della semi-maggioranza. Una grande coalizione di fatto, ha detto il presidente del Consiglio in un'intervista alla Stampa. Una grande coalizione che dovrà durare fino al 2013, certo, ma anche oltre. Quando «io - aggiunge con una punta di civetteria - guarderò dal di fuori».

Inutile domandarsi oggi quanto sia sincera questa affermazione, quanto sia autentico il desiderio del premier di assistere da semplice spettatore alle vicende della prossima legislatura. Molto dipenderà anche dall'eventuale riforma elettorale. Di sicuro è vero che sul mercato del lavoro, ma non solo, abbiamo avuto conferma che l'Italia è retta da un Governo tecnico-politico sostenuto in Parlamento da una larga coalizione non dichiarata, però effettiva. Il problema è capire cosa accadrà domani. Ammettiamo che la riforma del lavoro sia approvata dal Parlamento nei tempi medio-brevi evocati da Casini. E poi?

Ieri il Financial Times e il Wall Street Journal, due quotidiani che hanno sempre applaudito le scelte di Monti, esprimevano dubbi sulla sostenibilità dell'austerità economica in assenza di crescita della produzione. Questa è la sfida di qui alle elezioni politiche, fra un anno. La grande coalizione è capace di affrontare il tema dello sviluppo? Monti è disposto a giocarsi su questo punto cruciale il credito riconquistato? Nessuno oggi conosce la risposta. Crescita e sviluppo non sono termini retorici. Hanno a che fare con la vita delle imprese, con i tagli alla spesa improduttiva, con il pagamento dei debiti contratti dalla pubblica amministrazione. Se si vuole fare sul serio, i prossimi nove-dieci mesi dovrebbero scuotere l'albero dei vizi italiani come mai è accaduto in passato.

Ci si augura che Monti abbia voglia di rischiare. E che i partiti della grande coalizione mascherata non siano solo un freno, ma vogliano rendere un servigio al Paese. Del resto, il presidente del Consiglio ha detto pochi giorni fa di «non voler tirare a campare». Dopo il compromesso sul lavoro, ecco l'occasione di dimostrarlo. Con i tre partiti, se vorranno seguirlo. Oppure mettendoli di fronte alle loro responsabilità, se esiteranno.

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