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Questo articolo è stato pubblicato il 10 aprile 2012 alle ore 06:37.
ROMA
Arriva una nuova modifica al meccanismo di protezione una tantum in favore dei co.co.co disoccupati (che le nuove regole sul lavoro escludono dall'Aspi, mentre impongono un graduale aumento dei contributi Inps fino al 2018 per equipararli ai lavoratori dipendenti).
Le novità previste nel Ddl Fornero (articolo 35) entreranno in vigore nel 2013, con l'obiettivo di semplificare requisiti e misura dell'indennità da corrispondere ai collaboratori coordinati e continuativi rimasti senza impiego.
Per poter fruire della nuova una tantum, recita il Ddl sul lavoro che domani dal Senato inizierà l'esame parlamentare, dovranno ricorrere congiuntamente quattro condizioni. I collaboratori dovranno aver operato, nell'anno precedente, in regime di monocommittenza e dovranno aver conseguito, sempre l'anno prima, un reddito complessivo valido ai fini fiscali non superiore a 20mila euro, rivalutabile di anno in anno in base agli indici Istat(scompare quindi il riferimento al limite minimo di 5mila euro di reddito lordo, previsto attualmente dall'art. 19, comma 2, del Dl 185 del 2008).
Inoltre, per poter risultare destinatari dell'indennità una tantum, bisognerà pure dimostrare di aver avuto un periodo di disoccupazione ininterrotta di almeno due mesi nell'anno precedente e un accredito di almeno quattro mensilità presso la gestione separata Inps (la normativa attuale parla di tre mensilità accreditate). Per il 2013, anno di prima di applicazione di questa nuova una tantum, sarà sufficiente avere accreditata presso la gestione separata Inps almeno una mensilità.
Scompare poi il riferimento, per poter fruire dell'una tantum, «ai soli casi di fine lavoro» (come attualmente prevede il Dl 185/2008), mentre ora basta solo essere disoccupati. E il Ddl Fornero modifica pure l'importo dell'indennità da corrispondere al collaboratore e le modalità di liquidazione, che vengono disciplinate in base all'entità dell'assegno.
Il Dl 185 del 2008 prevede, ora, che sia riconosciuta una somma liquidata in una unica soluzione pari al 30% del reddito percepito l'anno precedente e comunque non superiore a 4mila euro. Questa modifica era stata introdotta con la Finanziaria 2010, e viene ora nuovamente modificata. Le nuove norme calcolano, dal 2013, l'una tantum pari a una somma del 5% del minimale annuo di reddito previsto dalla legge 233 del 1990 (riforma dei trattamenti pensionistici di artigiani e commercianti), moltiplicato per il minor numero tra le mensilità accreditate l'anno precedente e quelle coperte da contribuzione. Se la somma (così determinata) risulterà pari (o inferiore) a mille euro continuerà a essere liquidata in una unica soluzione; se invece sarà di importo superiore verrà liquidata in importi mensili pari o inferiori a mille euro. Fino al 31 dicembre 2012 resteranno in vigore le regole attuali che, secondo l'ultimo «Bilancio Sociale» dell'Inps, nel 2009 e 2010 (i primi due anni di attuazione della una tantum) hanno evidenziato più ombre che luci. Nel 2009 infatti a fronte di uno stanziamento di 100 milioni di euro sono state liquidate indennità per 5,2 milioni di euro ad appena 3.164 soggetti, con un trasferimento pro-capite di 1.646 euro complessivi. È andata un po' meglio nel 2010 dove, grazie all'allargamento dei criteri di erogazione introdotti dalla Finanziaria 2010, si è registrato un incremento delle liquidazioni che sono salite a 6.632 (il doppio del 2009) per una spesa complessiva di 19,6 milioni e un importo medio pro-capite di 2.948 euro. Ma i due anni monitorati dall'Inps hanno evidenziato soprattutto un'altissima percentuale di domande respinte (80% nel 2009 e 60% nel 2010) e una bassissima spesa rispetto alle previsioni (nel 2010, 19,6 milioni sui 200 stanziati). Due argomenti che probabilmente hanno spinto il ministro del Welfare, Elsa Fornero, a procedere a una nuova modifica dell'istituto per renderlo più aderente al mondo dei lavoratori parasubordinati (che nel 2010 toccavano quota un milione e 442 mila unità, di cui 676mila co.co.pro). Ma ora serve anche trovare «più equilibrio», ha rilanciato Cesare Damiano (Pd), visto che ai collaboratori a progetto si chiede un aumento di contributi previdenziali «al momento non compensato da adeguate tutele in caso di disoccupazione».
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