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Questo articolo è stato pubblicato il 14 aprile 2012 alle ore 19:33.
Pace, nucleare, dialogo Stati Uniti-Iran
La posta è alta, evitare forse una guerra, ma le aspettative devono essere realistiche. L'unico accordo che conta, scriveva il quotidiano israeliano Haaretz alla vigilia dell'incontro di Istanbul, l'avrebbero già fatto Washington e Tel Aviv per rinviare un eventuale attacco militare a dopo l'autunno. I colloqui del Cinque più Uno sul nucleare iraniano, ripresi dopo un anno e mezzo di sospensione, non si concluderanno con un'intesa ma neppure con una rottura: continuerrano tra qualche settimana con l'obiettivo di prendere altro tempo. L'importante era sedersi al tavolo con l'aria di chi vuole fare sul serio.
Gli interessi dei protagonisti, Stati Uniti e Iran, possono coincidere. Barack Obama vuole arrivare alle elezioni di novembre senza un conflitto nel Golfo e dimostrare a Israele che il mix tra diplomazia e sanzioni petrolifere e finanziarie funziona (entreranno a regime in luglio). La Guida Suprema Alì Khamenei deve preparare il terreno a possibili concessioni: il nucleare è diventato la bandiera del prestigio nazionale, una linea rossa del consenso popolare al regime degli ayatollah. I protagonisti di Istanbul hanno il compito di apparecchiare le trattative e inviare segnali positivi più nella forma che nella sostanza: la delegazione americana è guidata dal sottosegrario Wendy Sherman, quella iraniana da Said Jalili, russi e cinesi sono rappresentati da viceministri. Mancano i pezzi da novanta e i signori alloggiati all'Hilton con vista sul Bosforo non possono certo permettersi decisioni epocali. L'importante era evitare ieri una falsa partenza. Smentito l'unico brivido possibile, il faccia a faccia tra la delegazione americana e quella iraniana, che se c'è stato è avvenuto dietro le quinte.
Perché, tra gli eterni duellanti, di questo si tratta: la rottura delle relazioni risale al 1979, anno della caduta dello Shah con la rivoluzione e del sequestro degli ostaggi all'ambasciata Usa di Teheran. Da allora iraniani e americani hanno provato a fare diplomazia segreta con risultati disastrosi (l'affare Iran-Contra) o ambigui, durante l'invasione Usa dell'Afghanistan nel 2001 e l'occupazione dell'Iraq nel 2003. La questione di fondo rimane: non ci può essere stabilità in Medio Oriente fino a quando la superpotenza americana e quella regionale del Golfo non si metteranno d'accordo per ristabilire relazioni diplomatiche.
La posta in gioco quindi non è solo l'arrichimento dell'uranio da parte di Teheran - gli Usa vorrebbero limitarlo al 3,5% e far consegnare agli iraniani l'uranio potenziato al 20% - ma disegnare nuovi rapporti nel cuore del Golfo del petrolio. Un nodo sempre più intricato perché in un anno e mezzo la situazione è cambiata: la primavera araba ha spazzato via regimi e dittatori senescenti, la Siria, storico alleato di Teheran, è al centro di una crisi formidabile, ed è sempre più evidente la contrapposizione tra la mezzaluna sciita iraniana (che comprende Iraq ed Hezbollah libanesi) e l'arco islamico sunnita capeggiato dalle monarchie del Golfo che insieme alla Turchia vorrebbero far fuori Bashar Assad.
L'atomica iraniana, ancora virtuale, è la chiave, in parte simbolica, degli eventi nel Grande Medio Oriente, delle prospettive di pace o di guerra, dell'andamento, anche immediato, dei prezzi petroliferi, in sostanza del nostro futuro strategico ed economico: ma l'Europa, nonostante sia presente a Istanbul con il capo della diplomazia Ue, Catherine Ashton, appare ai margini delle decisioni, segue il copione americano e non esprime nessuna idea innovativa, neppure nel campo delle sanzioni. Quanto all'Italia è ormai una periferia lontana di quanto le accade sotto casa: qualche anno fa ci offrirono una poltrona al tavolo nucleare, occupato adesso dalla Germania, e rifiutammo. Non c'è altro da aggiungere per spiegare i nostri ben fondati insuccessi internazionali.
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